“Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive” - F.Dostoevskij

Autore: Pasquale A. Riccio Pagina 2 di 4

Decreto Rilancio, ancora nessun risultato per il terzo settore

Gentile Direttore, è passato quasi un mese da quando il Governo ha varato il Decreto Rilancio, ma in termini pratici non si vedono risultati per il terzo settore. L’emergenza che viviamo impone sicuramente attenzione a numerosi aspetti poiché tante sono le criticità da affrontare eppure non credo sia possibile dimenticare una parte importante del Paese che, sin dai primi momenti della pandemia, ha offerto la propria opera gratuita per contenere e gestire le difficoltà.

Nelle conferenze stampa di ogni ordine e grado abbiamo ascoltato lodi continue alla grande attività del terzo settore eppure fino al “decreto rilancio”, come ricordato continuamente da molti rispettabili esperti e rappresentanti del non profit, nessuna misura era stata prevista per sostenere fattivamente chi garantisce la coesione sociale. Ad oggi non si registrano particolari effetti concreti rispetto a quanto previsto dall’ultima azione governativa e soprattutto nessuna voce sembra levarsi per sostenere le ragioni delle realtà che non appartengono alle grandi reti associative e che non potranno godere – quando sarà possibile – del credito d’imposta e dei prestiti bancari.

Si tratta dei volontari e degli operatori che a proprie spese hanno provveduto a comprare DPI, mettere in sicurezza aree, accompagnare anziani ed ammalati ai controlli medici, distribuire pacchi alimentari e che, in sostanza, hanno garantito ai Comuni ed alle istituzioni la possibilità di dare continuità a molti servizi ed attività rischiando anche di contagiarsi.

Queste persone hanno evidenziato con le loro azioni quanto sia concreto e fondamentale il principio di sussidiarietà e quanto il patrimonio di solidarietà ed esperienze di cui sono custodi sia una colonna portante per l’Italia di oggi e quella di domani. Ora la crisi aggredisce anche i loro enti che rischiano seriamente di scomparire.

Non un segnale, non un gesto concreto è stato compiuto fino a questo momento eppure dai contributi per l’affitto delle sedi e le loro sanificazioni, ai rimborsi per l’assicurazione dei volontari e le spese sostenute nel contenimento del contagio sarebbero molte le problematiche sulle quali poter intervenire. Il non profit crea valore sociale ed umano che non è fine a sé stesso e questo è ancora più evidente nelle migliaia di esperienze di periferia delle piccole e grandi città dove le attività ed i progetti sono spesso autofinanziate totalmente senza alcun supporto.

Naturalmente questa disattenzione non è solo del Governo, anche le regioni non sono da meno e la Campania su questo non fa eccezione nonostante vanti una grande tradizione del non profit che negli ultimi anni l’ha proiettata tra i territori in cui è cresciuta maggiormente la presenza del terzo settore.

Proprio in Campania ed in tutto il Sud dovremmo iniziare a valutarlo maggiormente e nella giusta modalità il ruolo del non profit iniziando a considerarlo come uno dei pilastri sui quali costruire un futuro diverso per le comunità. Tale rivoluzione copernicana potrà compiersi solo se le classi dirigenti saranno in grado di abbandonare le torri d’avorio per affrontare il reale.
Ricordarsi concretamente di volontari, operatori ed i loro enti del terzo settore potrebbe essere un primo passo significativo.


Pubblicato su: Il Riformista

Covid-19 e obiettivo “Salute” Agenda 2030: prospettive e rischi in Italia dopo il lockdown

Le Nazioni Unite, individuando gli obiettivi per affermare il paradigma dello sviluppo sostenibile entro il 2030, hanno dedicato ampia attenzione a “Salute e benessere” poiché l’accesso alle cure e la tutela di uno stato di buona salute per tutti è considerato tra i più importanti risultati da raggiungere entro la prossima decade.

L’Italia con il proprio sistema sanitario universalistico rappresenta da sempre per questo argomento un punto di riferimento, nonostante critiche, inefficienze e scandali che nel corso degli anni hanno, purtroppo, occupato le cronache dei giornali e attirato giudizi negativi dei cittadini.

Lo scoppio della pandemia e le attività di contenimento del contagio, prima fra tutte il lockdown, hanno avuto un grande impatto anche sul sistema sanitario, in particolare sulla sua organizzazione e sulle prestazioni garantite ai cittadini.

Senza voler ricordare ed approfondire quanto i medici e tutto il personale sanitario siano stati decisivi con il proprio operato ed ingegno lasciando sul campo anche numerose vite, occorrerebbe iniziare a verificare quali siano le condizioni dalle quali la sanità ripartirà in questa nuova fase dell’emergenza.

Il lockdown non ha bloccato solo le attività commerciali e sociali: sono migliaia le prestazioni mediche annullate o rinviate a causa di un’organizzazione non sempre pronta a gestire unitamente all’emergenza Covid-19 anche le attività ordinarie di assistenza, nonostante le grandi capacità dei medici e di tutto il personale del comparto sanità.

Come evidenziato da Repubblica ed altre autorevoli testate giornalistiche che hanno raccolto le testimonianze di alcuni dirigenti della sanità confrontandole con diverse indagini condotte nelle scorse settimane (una su tutte da Nomisma), in Italia sono saltati circa “500 mila interventi e 12 milioni di esami radiologici. Senza contare i milioni di cittadini che a causa del rischio Covid-19 hanno rinunciato o subito gli annullamenti dei controlli per le malattie non trasmissibili (NCDs – non communicable disease) che rappresentano da anni la prima causa di morte in Italia e nel mondo.

l’Istat ha, infatti, evidenziato nel suo ultimo rapporto sullo stato del cammino italiano verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile pubblicato il 14 maggio come la “maggior parte dei decessi avvengono per cause legate alle malattie cardiocircolatorie (35,8%), tumori maligni (26,3%), alle malattie del sistema respiratorio (8,2%)”. Sempre l’Istituto nazionale di statistica ha rimarcato come nel Mezzogiorno sia prevalente rispetto al Nord la mortalità per diabete, malattie cardiovascolari, cerebrovascolari ed ipertensive.

Alla luce di questi dati può risultare evidente come il coronavirus, nonostante la grande disponibilità  e capacità del personale,  possa aver colpito fortemente il sistema sanitario italiano rallentandone le prestazioni e la garanzia di accesso alle cure per tutti i cittadini.

Questo problema evidenzia come sia arrivato il tempo che, ai vari livelli istituzionali, i decisori politici inizino a pensare sul serio a come trasformare questa crisi in una grande opportunità per rilanciare un sistema sanitario in affanno e con evidenti disparità d’investimento e strutture tra il Nord ed il Sud dell’Italia.  Se, infatti, i vari decreti emanati dal Governo per affrontare la pandemia fanno registrare per ovvie ragioni una forte attenzione al “problema salute”, le misure adottate sembrano essere più di natura protezionistica e cautelativa che non di investimento e cambiamento. Sul tavolo, al momento, sono state avanzate alcune ipotesi soprattutto sull’organizzazione della medicina territoriale e sull’eventuale utilizzo del MES (fondo salva stati) per le spese dedicate alla sanità, ma ad ora non appaiono siano state intraprese strategie chiare.

Una situazione simile impone con urgenza un’assunzione di responsabilità in duplice veste:

  • politica, poiché sono necessarie prendere decisioni che abbiano risvolti non solo nell’immediato, ma anche nel futuro grazie all’attuazione di strategie ed investimenti per assunzioni, formazione, edilizia sanitaria, riduzione del gap strutturale e tecnologico tra le diverse aree del Paese;
  • organizzativa: il sistema sanitario deve avere linee guida chiare su come ripartire ed operare a pieno regime per recuperare il tempo perduto. Non è più il tempo di navigare a vista.

Con questi presupposti difficilmente si potranno effettuare grandi passi in avanti verso l’obiettivo (Goal 3) “Salute e Benessere” dell’Agenda 2030 e, nella speranza che non si verifichi una seconda ondata dell’epidemia, si corre il serio rischio di registrare a fine anno un notevole aumento di morti da malattie croniche e non trasmissibili.

Pubblicato su: Ricerca & Salute

Agenda 2030 e pandemia: incognite sul futuro dello sviluppo sostenibile

La crisi non sembra lasciare scampo ai modesti risultati raggiunti dal 2015 sulla strada dell’applicazione dell’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile. Questo è quanto si evince dalla relazione annuale ONU sui progressi compiuti in merito agli obiettivi di sviluppo sostenibile (Goals) e presentata proprio in questi giorni.

Il Segretario Generale Antonio Guterres ha manifestato seria preoccupazione invitando i governi ad effettuare scelte strategiche in grado di proteggere gli avanzamenti raggiunti prima dello scoppio della pandemia e, al contempo, trasformare la crisi in un’opportunità decisiva per l’attuazione di politiche che abbiano come fulcro lo sviluppo sostenibile.

L’attenzione degli Stati a causa del coronavirus è sicuramente cresciuta in merito ai temi della povertà, dell’accesso alle cure, del contrasto alla fame e anche alla tutela dell’ambiente, ma ciò è accaduto più come frutto di un riflesso istintivo piuttosto che in attuazione di una strategia.

Per questo motivo, registrando la brusca frenata dei miglioramenti e l’inversione negativa di tendenza rispetto ad alcuni “Goal” dell’Agenda 2030, si spera che aumenti la consapevolezza sul tema da parte dei decisori politici: il lockdown e la crisi globale hanno messo a serio rischio gli obiettivi che riguardano la parità di genere e il contrasto alla violenza domestica su donne e bambini, la lotta alla fame, la promozione di salute e benessere.

In questo clima di preoccupazione, unito alla grande minaccia di tensioni sociali, tra gli addetti ai lavori sembra suscitare grande fiducia la proposta “Next generation Eu” avanzata dalla Commissione europea.

Ursula van der Leyen e la sua squadra oltre a manifestare nelle proprie intenzioni e scelte una generale adesione all’Agenda 2030 hanno lanciato segnali positivi specialmente sui temi della promozione ed attuazione di politiche a favore della diffusione di energie pulite

Resta inteso che gli obiettivi ambiziosi per lo sviluppo sostenibile, un vero e proprio mutamento di paradigma delle nostre vite, non potranno essere raggiunti da un singolo stato o  dalla sola Europa, ma dovranno essere perseguiti attraverso un’azione quanto più sinergica di politiche comuni ispirate da strategie condivise da tutti i governi. Questo, naturalmente, non è semplice.

Se, infatti, proprio la Commissione europea ha rilanciato con la sua proposta il “Green new deal” allo stesso tempo con il recente “decreto rilancio” il Governo italiano non sembra aver preso provvedimenti ispirati chiaramente da tale strategia, pur avendo comunque tentato di porre un argine a problemi sociali ed economici lanciando anche timidi segnali di prospettiva su salute ed innovazione.

Come sempre la differenza  in senso positivo sarà fatta esclusivamente dalla capacità di fare sintesi e lavorare uniti.

Pubblicato su: Ricerca & Salute

Più giovani per il Servizio Civile. Così si aumenta il civismo del Paese

La gestione della pandemia non finisce di regalare sorprese. Ben vengano i primi provvedimenti a favore del terzo settore previsti dal “decreto rilancio”, ma pensare ad un bando per reclutare volontari al fine di affidargli compiti di sicurezza e controllo del distanziamento sociale appare quanto meno bizzarro. Lo è nella misura in cui non è possibile confondere il ruolo ed il compito dei volontari così come definiti dalla Riforma del terzo settore all’art. 17 ( Il volontario è una persona che, per sua libera scelta, svolge attività in favore della comunità e del bene comune, anche per il tramite di un ente del Terzo settore, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per promuovere risposte ai bisogni delle persone e delle comunità beneficiarie della sua azione, in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro, neanche indiretti, ed esclusivamente per fini di solidarietà) con quelli che dovrebbero essere svolti dalle forze dell’ordine di ogni ordine e grado. 

Risulta davvero incredibile come ancora una volta si manifesti confusione su quello che il terzo settore rappresenti e sicuramente non è attraverso queste iniziative estemporanee che si potrà arrivare a riconoscerne pienamente il ruolo fondamentale di garanzia della coesione sociale e della partecipazione.

Dalle notizie e le indicazioni trapelate, a partire dalle dichiarazioni del Ministro Boccia, si rischia di alimentare ulteriori imprecisioni sul ruolo della Protezione Civile e della sua grande squadra di volontari, i cui risultati riconosciuti positivamente da tutti sono garantiti da lunghi e seri percorsi di addestramento e formazione.

Più che alimentare inutile confusione sul ruolo dei volontari sarebbe il caso che si cominciasse seriamente a superare la fase della retorica e iniziare ad attuare serie politiche di valorizzazione del volontariato e del terzo settore in generale così come richiesto recentemente da tutti i rappresentanti del non profit.

La proposta sugli “assistenti civici” e l’impiego di risorse pubbliche che esso comporterebbe invita anche ad un’ulteriore riflessione: più che alimentare confusioni e polemiche, perché il Governo non si concentra nell’aumentare ulteriormente le risorse per il servizio civile universale, vera e propria “palestra civica” d’impegno e partecipazione per migliaia di giovani italiani. La crisi che stiamo attraversando ha mostrato quanto sia importante il ruolo che il servizio civile svolge quotidianamente per la tenuta sociale e la crescita del Paese. Il Ministro Spadafora ha sicuramente compiuto un primo ed importante passo recuperando recentemente 20 milioni che andranno ad integrare i fondi attualmente disponibili consentendo di avviare nei prossimi mesi progetti che impiegheranno un massimo di 45.000 volontari (10.000 solo in alcune regioni grazie al programma Garanzia Giovani e 35.000 da programma ordinario). 

Il Ministro ha manifestato la volontà di voler fare di più e chiesto sostegno a tutte le forze politiche presenti in Parlamento per cui, invece di scatenare dissidi ed incertezze intorno alle figure di distanziamento sociale ovvero “assistenti civici”, perché non provare ad accorciare le distanze puntando sula crescita della comunità rendendo il servizio civile davvero universale e riconoscendo pienamente al terzo settore nella sua interezza l’importanza che esso ha per la tenuta e lo sviluppo dell’Italia.

Pubblicato su: Servizio Civile Magazine

Terzo settore, bene ‘Decreto rilancio’ ora tocca alle regioni del Sud

Gentile Direttore,
sin i primi giorni della pandemia, da più parti si è sentito echeggiare l’auspicio che questa crisi potesse essere un’occasione per migliorare quanto di negativo ci fosse nei meccanismi che accompagnano i processi della nostra comunità. Grande risalto, più che meritato, è stato dato al fondamentale ruolo svolto dagli enti del terzo settore: ad ogni conferenza stampa del Premier così come in tutte le comunicazioni, dirette social e interviste ai rappresentanti delle istituzioni non sono mai mancate belle parole per gli interpreti dell’Italia migliore ovvero i volontari che – ancor di più in questa difficile circostanza – hanno garantito coesione sociale e supportato le istituzioni nel tentativo di dare risposte ai bisogni dei cittadini.

Occorre però notare come le intenzioni siano rimaste a lungo solo parole e, dopo innumerevoli richiami e proteste dei vari rappresentanti del non profit, finalmente qualcosa si è mosso con il Decreto Rilancio. Non possiamo dimenticare che il non profit fino allo scorso febbraio ha rappresentato il 4% del PIL italiano grazie all’impegno quotidiano di quasi sei milioni di volontari e poco meno di un milione di lavoratori.

Il Governo, accolte le sollecitazioni, ha teso una prima mano a questa fondamentale parte della nostra comunità nazionale e sebbene sembrino essere totalmente sparite dai radar dei provvedimenti centrali le tante piccole e medie organizzazioni operanti sui territori, l’articolo 236 del decreto “Rilancio” sancisce come mai prima d’ora un’attenzione particolare agli enti operanti al Sud.

Bisogna riconoscere al Presidente di Fondazione con il Sud, Carlo Borgomeo, di aver tenuta alta l’attenzione sui rischi per il terzo settore specialmente nel mezzogiorno e al Ministro Provenzano di aver raccolto tali importanti segnalazioni, ma ora toccherà alle Regioni del Sud usare al meglio gli strumenti che il “decreto rilancio” offre per supportare le organizzazioni che animano l’universo non profit.

Il tempo scorre inesorabile e occorre inaugurare una nuova fase di cooperazione tra terzo settore ed istituzioni, lo meritano i lavoratori ed i volontari che hanno offerto l’ennesima grande prova di solidarietà ed impegno.

In Campania non sono pochi i volontari che hanno dedicato il proprio tempo a portare conforto, ristoro e supporto ai cittadini, specialmente i più deboli, costretti in casa dal lockdown e dal contagio. Spesso lo hanno fatto procurandosi autonomamente i DPI e utilizzando proprie risorse economiche.

È probabilmente arrivato il momento di dedicare loro l’attenzione che meritano. Non tutti gli enti potranno beneficiare del credito d’imposta o delle misure previste per rispondere legittimamente alle grandi organizzazioni.

Dal forum terzo settore regionale sono state avanzate alcune idee, così come dall’alleanza delle cooperative della Campania. Non ha fatto mancare la propria voce anche Stefano Caldoro – Capo dell’opposizione di centrodestra in Consiglio Regionale – che ha presentato un piano articolato di proposte per dare risposte concrete a tante tipologie di enti e alle necessità dei loro volontari, lavoratori e anche a chi sceglie di supportarli economicamente.

Spesso si è sentito ripetere in questi mesi che bisogna lavorare tutti insieme e proprio il terzo settore è il rappresenta un esempio per tutti coloro che vogliano fare squadra con le istituzioni ed unire le persone in nome di ideali ed obiettivi che superino la semplice logica della concorrenza.

Perché non avviare in Campania una nuova stagione di partecipazione ragionando sulle proposte presenti sul tavolo e occupandosi veramente di coloro i quali non dimenticano mai di tendere la mano per aiutare il prossimo?

Pubblicato su: Il Riformista

Terzo settore, una sfida per la Campania

Il Governo sembra aver finalmente battuto un colpo. “Sembra” perché nel momento in cui si scrive ancora non è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto “rilancio” e quindi non è possibile esprimere considerazioni legate a qualcosa di reale. Tuttavia, stando alle diverse bozze circolate nei giorni e nelle ore precedenti al Consiglio dei Ministri in cui si è provato finalmente ad affrontare il problema della crisi economica, il Governo pare proprio aver accolto numerose richieste provenienti dai diversi ed importanti rappresentanti del Terzo Settore.

Tra le misure previste è evidente la voglia di provare a sostenere le organizzazioni del terzo settore che operano al SUD – art. 236 Sostegno al Terzo settore nelle Regioni del Mezzogiorno- ed in questo grande merito va dato alla “battaglia” che il Presidente della Fondazione Con il SUD – Carlo Borgomeo – ha condotto sin dai primi giorni di crisi evidenziando come tra lockdown e problemi economici il mondo del non profit nel mezzogiorno rischiasse la propria sopravvivenza.

Sicuramente le misure previste sono un bel segnale, ma non dobbiamo dimenticare tutte quelle realtà che non appartengono alle grandi reti o che operando in contesti estremamente periferici non riescono ad inserirsi in programmi di ampio respiro perché scontano inefficienze culturali e burocratiche unite a ritardi tecnologici importanti. Non ci si può dimenticare questo mondo – presente anche nelle città – che sostiene personalmente e privatamente il proprio operato rappresentando l’unica roccaforte di solidarietà, di risposte ai bisogni dei cittadini e garanzia alla coesione sociale.

Il decreto, proprio all’articolo 236, fa riferimento al ruolo che l’Agenzia per la Coesione territoriale nell’assegnazione dei contributi agli enti del terzo settore attivi nel Sud e anche alle modalità che le Regioni del mezzogiorno possono seguire per integrare queste misure al fine di supportare le iniziative del non profit in favore delle fasce più deboli. La strada da seguire è quella di attuare le modifiche dei regolamenti europei e recuperare risorse dai propri programmi FERS e FSE.

La Campania potrebbe fare la sua parte in questo senso e raccogliere questa sfida. Non sono mancate le sollecitazioni del forum del terzo settore regionale, dell’alleanza delle cooperative della Campania, di Stefano Caldoro – Capo dell’opposizione di centrodestra in Consiglio Regionale eppure ad oggi non ci sono segnali reali per il non profit.

Perché non raccogliere tale sfida ed iniziare a rispondere anche alle necessità delle tante realtà dei territori? Non tutti gli enti potranno beneficiare del credito d’imposta o delle misure atte a rispondere alle grandi realtà in grado, col proprio operato, di generare profitto.

Le prime proposte sul tavolo ci sono: contributi per l’assicurazione dei mezzi, dei volontari per la sanificazione delle sedi, per l’affitto delle strutture, per rimborsare i volontari delle spese sostenute durante questa crisi, per l’acquisto dei DPI. Perché non estendere anche gli enti del terzo settore i provvedimenti regionali dedicati alle imprese? Perché non provare a aiutare tali organizzazioni prevedendo una percentuale di rimborso a persone fisiche e imprese di quanto donato per supportare iniziative di solidarietà? Senza dimenticare il servizio civile: perché non aumentare le risorse da destinare ai progetti che saranno realizzati nel prossimo anno?

Da quando è cominciata questa particolare fase delle nostre vite si è sentito ripetere da più parti che essa potesse essere l’occasione di un cambiamento positivo.

Forse per i rapporti tra non profit e decisori politici è davvero la grande occasione per uscire dalle dinamiche concorrenziali del mercato e avviare una nuova stagione di partecipazione al servizio delle persone.

Pubblicato su: Istituzioni24.it

Ripensare la sanità pubblica dopo il Covid19

Il ruolo svolto da tutte le figure professionali del settore sanitario si sono dimostrate di fondamentale importanza per un comparto che, nonostante i continui tagli, si dimostra ancora strategico e fondamentale nella vita dello Stato. In queste settimane i media hanno elogiato – giustamente – chi ha combattuto in prima linea la battaglia contro il nuovo coronavirus per salvare vite e trovare una cura che possa consentire il ritorno alla normalità. Figure che hanno pagato un prezzo molto alto e che si sono impegnati nei reparti e nei laboratori di tutta Italia, non dimentichiamo infatti che molti sono i medici impegnati anche nella ricerca scientifica.

Tuttavia, per fare in modo che le criticità emerse nelle riflessioni delle ultime settimane non restino lettera morta potrebbe essere utile programmare i prossimi investimenti nel settore ripartendo dal racconto di questi giorni e dai dati pubblicati dall’Istat nel report relativo all’occupazione nella sanità pubblica diffuso lo scorso 6 maggio.

L’Istituto di statistica nel rapporto ha evidenzia che dal 2009 al 2018 gli occupati a tempo indeterminato nella sanità pubblica si sono ridotti considerevolmente (ciò è imputabile anche ai numerosi piani di rientro attuati in molte Regioni): sono oltre 40 mila le unità in meno. Questa riduzione ha riguardato il 5,4% dei medici e solo quarto di essa è stata compensata dalla crescita registrata dal lavoro flessibile (circa il 26%). Altro dato evidenziato riguarda l’età media dei dipendenti a tempo indeterminato, pari a 52,3 anni per gli uomini e a 49,9 anni per le donne. Tra questi i dirigenti sono quelli che presentano l’età più alta (il 60,4% dei dirigenti medici ha più i 55 anni e il 38% supera i 60).

Anche dal punto di vista economico negli anni si è assistito a un progressivo svilimento della figura del medico: secondo i dati Istat la retribuzione del personale dirigente del comparto è più bassa rispetto a quello degli enti pubblici non economici, della Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Magistratura e delle Agenzie fiscali. Mentre per il personale non dirigente le retribuzioni sono in linea con il resto della PA.

Questi dati possono essere il punto di partenza per una serie di rflessioni su come affrontare alcune delle difficoltà logistico-operative della sanità oggi, specialmente laddove la capacità e la bravura di molti operatori e dirigenti non sono valorizzate per l’eccessivo carico di lavoro cui sono sottoposti e per i ritardi nel ricambio generazionale. Un rinnovamento che in alcuni casi potrebbe anche favorire un deciso scatto verso l’adeguamento tecnologico da troppo tempo rimandato in alcune aree del Paese.

Questa crisi potrebbe quindi essere il momento per ripensare la sanità e riprogrammare l’utilizzo delle risorse avviando un grande programma di rinnovamento umano e tecnologico e favorendo assunzioni e adeguamento degli stipendi per allinearli a quelli di altri enti pubblici.

Pubblicato su: Ricerca & Salute

Se la crisi diventa un’opportunità per la partecipazione

Superata la prima fase della pandemia che ha colpito l’intero globo ovvero quella in cui tutti i governi hanno dovuto prendere atto dei rischi per la salute dei cittadini ed assumere decisioni con l’obiettivo di limitare il contagio, ci avviamo non senza preoccupazioni verso la sfida della “nuova” normalità.

Molto si è scritto e detto circa gli effetti dell’epidemia sulle relazioni umane, sulla salute delle persone e su come saremmo diventati una volta che il peggio sarebbe stato alle nostre spalle. Riflessioni che grazie alla potente cassa di risonanza garantita dalla tecnologia, in particolare dei social, sono arrivate da ogni latitudine e livello e hanno contribuito a valorizzare il tempo dell’isolamento nelle proprie case. La fase del “dopo” è in realtà alle porte e inizia a presentare il conto, come da previsioni, sul fronte economico e sociale.

Siamo alle porte di un momento forse ancora più difficile, poiché gli effetti rischiano di essere devastanti se l’intera comunità – non solo chi ora ha l’onere di guidarla – saprà farsi carico delle responsabilità necessarie per affrontare al meglio i problemi che da più fronti popoleranno il nostro quotidiano.

Si è spesso affermato e letto che le crisi possono rappresentare opportunità positive per coloro i quali riescono ad andare oltre i legittimi momenti di difficoltà. Questa è senza dubbio una verità che per avere effetti concreti deve essere accompagnata dalla visione e dalla volontà di ritrovarsi impegnati sinergicamente in scelte coraggiose e capaci di dare vita anche a mutamenti di paradigma.

I sacrifici ad esempio potrebbero non essere vani se deviando da alcune storture del sistema burocratico, cominciassimo ad imboccare strade in cui i procedimenti siano molto più snelli e meno farraginosi. Se fossero promosse procedure di collaborazione basate sulle idee e su ciò che realmente occorre alle comunità piuttosto che perseverare in scelte dettate dalla mera appartenenza a singoli gruppi. Non è semplice, tuttavia è necessario.

Per restare al campo dei servizi sociali ed assistenziali potrebbe essere un’ottima occasione per cominciare ad applicare in modo serio le procedure di co-programmazione e co-progettazione (coinvolgimento degli ETS nelle scelte degli enti pubblici) previste dalla riforma del terzo settore e che consentirebbero di vivere un vero e proprio momento di partecipazione per rispondere ai bisogni dei cittadini. I registri, le procedure in attivazione e nuove modalità di selezione degli attori in campo potrebbero risultare decisivi per garantire la coesione sociale e avviare una fase di risposta ai bisogni dei cittadini che si preannuncia più difficile che mai. La sussidiarietà troverebbe una rappresentazione più che mai evidente e sarebbe l’inizio di una nuova stagione del welfare.

Inoltre, se c’è una cosa che l’isolamento nelle nostre case ha potuto suggerirci è un uso intelligente dei social network: non che prima non fosse chiaro che essi rappresentino un validissimo strumento per il coinvolgimento dei cittadini e la promozione della cosiddetta partecipazione “dal basso”, ma la triste esperienza recente ha spalancato le porte a nuovi possibili usi dei social network per la diffusione e la condivisione di buone pratiche. Da inferno delle fake news (il cui rischio è sempre dietro l’angolo) essi potrebbero rivelarsi un ottimo alleato per la ripartenza e la gestione di utili e corrette informazioni specialmente sui temi della cura della persona e tutela della salute (non deve essere sottovalutato il recente rapporto di PiT Salute di Cittadinanza Attiva che ha registrato le lamentele dei cittadini per una mancanza di corretta informazione nel 62,4% dei casi).

Un uso più consapevole dei social network dovrebbe però accompagnarsi alla consapevolezza che al momento nel Sud Italia il 41,6% delle famiglie è senza computer in casa e non ha dimestichezza con la tecnologia e quindi non possiamo dimenticare le tante persone che non possono cogliere o chiedere un aiuto perché vittime del gap culturale legato all’uso dei moderni strumenti di interazione e comunicazione. È accaduto incredibilmente con le recenti misure assunte dal Governo e dalle istituzioni territoriali: non sono poche le persone che si sono viste negare gli aiuti o peggio ancora che non hanno potuto candidarsi ai diversi bandi perché non in grado di raggiungere o essere raggiunte dalle notizie.  Tra queste persone si registra una “discreta” percentuale i giovani che segnala come questo problema non riguardi solo gli anziani.

Un sistema realmente partecipativo potrebbe porre argine a queste incredibili storture e consentirebbe di gestire con criterio e buon senso la crisi sociale alle porte.

Terzo settore ed istituzioni: una nuova stagione di collaborazione in nome del diritto alla Salute

Lo scorso dicembre, alla presenza del Ministro della Salute Roberto Speranza, veniva presentato a Roma, il “XXII Rapporto PiT Salute” realizzato da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato. Sembra passata un’era e nessuno poteva immaginare che all’orizzonte ci fosse la sfida più importante che il sistema sanitario e l’Italia dovessero affrontare dal dopo guerra ad oggi.

Il rapporto evidenzia come 1 cittadino su 3 presenti difficoltà nell’accesso alle cure e alle prestazioni del Servizio Sanitario Nazionale: nell’ambito di tale criticità il 32,2 % degli intervistati ha dichiarato che essa è legata ai costi ed alle condizioni di disagio economico, il 34,1% alle liste d’attesa per ottenere visite specialistiche (ritardi rilevanti si registrano anche nella fruizione di esami diagnostici come ecografie, risonanze magnetiche, ecodoppler ecc…). Non deve essere sottovalutato anche il dato che vede i cittadini lamentare una mancanza di corretta informazione nel 62,4% dei casi.

Un scenario così delineato al dicembre 2019 non può assolutamente farci dormire sogni tranquilli nel progettare l’Italia post-Covid19, ma deve assolutamente spingere coloro i quali sono impegnati a vario titolo nel fondamentale “territorio” del diritto alla salute ad alzare la guardia e pianificare strategie utili a rispondere all’aumentata richiesta di cure che si alzerà da fasce di popolazione sempre più colpite dal disagio economico sia dal punto di vista dell’accesso ai servizi sia dalla diffusione di corrette e semplici informazioni.

Lo studio quindi, nonostante i tanti cambiamenti allo stile di vita che seguiranno l’epidemia, non perde la sua attualità e offre alcuni spunti da cui partire per immaginare il ruolo importante che le associazioni operanti nel settore salute possano avere nel prossimo futuro.

Riguardo la diffusione di corrette informazioni le associazioni e gli enti del terzo settore potranno svolgere un importante ed utilissimo ruolo poiché anche in questo momento, in molti casi, colmano la distanza tra istituzioni sanitarie e cittadini riuscendo a raggiungere attraverso le reti di contatti e dei legami territoriali le fasce della popolazione più colpite da condizioni di disagio sociale ed economico.

Nell’Italia post epidemia da coronavirus, purtroppo probabilmente più povera, potranno e dovranno essere protagoniste tutte quelle realtà del terzo settore impegnate nel portare l’accesso alla “salute” in direzione dei cittadini offrendo consulti, visite e prestazioni mediche gratuite nelle piazze e tramite ambulatori e sportelli di medicina solidale. L’aggravarsi delle condizioni di disagio economico chiama quindi ad un ulteriore impegno ed assunzione di consapevolezza gli enti citati che potranno essere fondamentali per supportare non solo il Servizio Sanitario Nazionale, ma l’intero sistema del welfare nel reggere l’urto dei nuovi bisogni che arriveranno e gestire eventuali emergenze. In una tale ottica dovranno diventare ancora di più centrali i programmi dedicati alla prevenzione e alla promozione dei corretti stili di vita.

La stagione alle porte offrirà buoni risultati in questo senso se gli enti del terzo settore riusciranno a vivere il proprio ruolo raccordandosi con le istituzioni e rafforzando le reti: la speranza è che siano pienamente attuate la co-programmazione e la co-progettazione previste dal Codice del terzo settore con l’obiettivo di far collaborare  enti pubblici ed enti non profit per la realizzazione di attività rientranti nei settori di attività di interesse generale (che quindi non presuppongono interessi diversi e contrapposti). La salute è una di queste.

Programmando ed individuando strategie comuni con attività mirate alla soddisfazione delle diverse esigenze emergenti dai singoli territori sarà possibile offrire valide risposte ai tanti cittadini che si ritroveranno ad affrontare le difficoltà di accesso alle cure. Le iniziative ed i progetti risentiranno delle indicazioni di distanziamento sociale che saremo, probabilmente, costretti a seguire nei prossimi mesi, ma il dopo coronavirus può rappresentare un nuovo punto di partenza nella costruzione di una comunità più partecipe e collaborativa.

Oltre gli annunci, il reale

Sembra passata un’eternità, ma siamo a poco più di un mese dal lockdown e a poco meno di due mesi dalla “scoperta” dell’epidemia con i primi casi ufficiali di Codogno.

L’impatto della crisi sulla nostra nazione inizia a farsi sentire e dopo i primi momenti, tanto paradossali quanto particolari, in cui si cantava dai balconi aspettando la fine dell’epidemia, intravediamo ora i primi effetti di una crisi che – come detto da moltissime parti – rischia di colpire ancora più a fondo di quanto le tragiche innumerevoli morti abbiano già fatto.

Prima del 21 febbraio, la crisi economica iniziata nel 2008 e che investì pienamente l’Italia nel 2011 non era del tutto alle spalle e molte erano ancora le questioni irrisolte. La frase-auspicio “andrà tutto bene” non ci aiuterà più di tanto se ad essa non iniziamo a far seguire fatti concreti e la classe dirigente non si decida a farsi carico pienamente della responsabilità e degli oneri che le spettano. Magari qualcuno storcerà il naso e griderà ad un populismo radicale, ma le posizioni politiche di parte sono “successive” a questo ragionamento..

Non basta, purtroppo, pensare a come bloccare il contagio e frenare l’epidemia o, almeno, questa fase è superata, ma occorre rendersi conto responsabilmente che il reale è molto più complesso ed è costituito anche dai milioni di italiani che fortunatamente sopravviveranno al virus e vedranno cambiare la propria vita non in un nome di un nuovo modo di intenderla o di un alternativo paradigma economico, ma per perdita di reddito spesso anche abbastanza consistente.

Aumenteranno le richieste di sussidio e assistenza, aumenteranno i disagi per le persone e le famiglie abituate a convivere con problemi di salute, potrebbe aumentare il rischio di criminalità.

In assenza di valide strategie di contenimento della crisi economico-sociale non andranno in difficoltà solo le aziende, le imprese, i commercianti e il cosiddetto popolo delle partite iva, ma anche tutte le organizzazioni del terzo settore che a vario titolo hanno contribuito a costruire quel welfare di prossimità che, specialmente, negli ultimi anni è stato in grado di dar corpo alla sussidiarietà e a rispondere – nonostante la mancanza di risorse – ai tanti bisogni e alle numerose necessità dei territori grazie solo al contributo libero e personale dei singoli volontari.

Non possiamo, per quanto sia bello constatarne la presenza e registrarne l’efficacia, affidarci alla spinta solidaristica del momento perché quando cominceranno a venir meno le risorse dei privati cittadini molte iniziative si fermeranno unitamente a tante piccole realtà che fino ad ora, dalle periferie delle grandi città al più piccolo comune dell’entroterra, erano state un vero presidio di garanzia sociale.

Oltre la narrazione e gli annunci occorre immergersi nel reale ovvero prendere e applicare pienamente decisioni in grado di far letteralmente “sentire” la presenza ed il relativo peso dei provvedimenti.

Non si arriva a chiedere una “visione” ai rappresentanti della classe dirigente (sarebbe troppo) e nemmeno di usare termini utili buoni ad alimentare “racconti” e l’ego di ghost-writer più o meno in gamba, ma di andare oltre questi metodi. Di farsi realmente carico delle responsabilità, di applicare una strategia e iniziare a superare anche i lacci burocratici dietro i quali, per troppi anni, si sono a turno arroccati quasi tutti i decisori di ogni ordine e grado per difendere interessi di parte o peggio ancora per lavarsi le mani delle tante storture di questo Paese. La burocrazia a certi livelli è un male e crea molti danni.

Inutile dissertare e ragionarci: i ritardi del nostro sistema paese (anche rispetto a tutti gli altri stati colpiti dall’epidemia) nell’erogare primi sostegni economici a persone ed imprese sono sotto gli occhi di tutti e, se lo schema è questo, non c’è da essere sereni per l’immediato futuro. Più che pensare che tutto cambierà dopo il Covid, dovremmo credere fortemente che tra le opportunità vere che la crisi offre, c’è sicuramente quella di superare i dettami infiniti della burocrazia e iniziare a operare lasciando “racconti” e “narrazioni” alle loro dimensioni. Ci vogliono coraggio e responsabilità. Ci vuole una classe dirigente consapevole e che si attui il primato della Politica.

Occorre uscire da questo Grande Fratello, presto saranno in molti a non voler e poter più guardare questo show durato fin troppo.

Pubblicato su: Istituzioni24.it

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