“Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive” - F.Dostoevskij

Grazie COVID: ecco perché abbiamo capito che il “moderatismo” è un inganno

La pandemia e tutte le crisi conseguenti o che semplicemente COVID-19 ha reso palesi ci offrono una grande opportunità.

Non intendo riferirmi a quella vaga idea secondo la quale le difficoltà di questo lungo anno ci avrebbero resi migliori, anche perché i fatti hanno clamorosamente smentito il nobile auspicio, ma per la circostanza guardo alla certezza che qualsiasi crisi nella storia sia stata l’occasione per mutare paradigmi, ripartire, ricostruire e fare i conti con tutto quanto in precedenza rappresentasse ostacolo e freno.

Più volte e in diverse occasioni abbiamo tutti insieme potuto registrare l’incapacità da parte della nostra classe dirigente di essere almeno leggermente migliore delle comunità che in un modo o nell’altro è stata chiamata a guidare, eppure, la speranza che questo stato di cose mutasse in positivo non l’abbiamo mai smarrita. Non possiamo non guardarci allo specchio e iniziare a capire che, nel profondo, non tutto è colpa degli altri, dei cosiddetti “potenti”. Le ragioni di questa mediocrazia sono molteplici e come comunità non possiamo sentirci esonerati dall’essere chiamati in causa per il fatto di aver smesso di pretendere più trasparenza, ma solo parole rassicuranti. Probabilmente è questa una delle più grandi manifestazioni del predominio dell’egoismo: se scompare la chiarezza, ma predomina solo il racconto di ciò che vorremmo o in qualche modo ci si adagia sulle narrazioni più convenienti, allora tende a sparire la responsabilità e anche il senso di unità.

Non è più possibile procedere oltre con questa modalità. Non è più il tempo di accettare che tutto sia gestito dalle stesse persone che ci hanno condotto a questo stato di cose attraverso l’applicazione di metodi ed idee che hanno alimentato solo la forza, sempre più precaria, di poche conventicole composte da soliti noti con l’aggiunta di pochi “fortunati” adulatori delle nostre peggiori passioni.

Abbiamo un assoluto bisogno di chiarezza su un duplice binario, quello della nostra coscienza e quello che porta al nostro esistere comunitario.

Si ascoltano costantemente, nel frastuono e caos quotidiano del predominio delle notizie sulla pandemia, richiami all’essere moderati e responsabili, ma con molta pacatezza dovremmo iniziare a chiederci: la responsabilità e l’unità che ora da più parti s’invocano, sono le stesse che ci hanno regalato il governo dei mediocri? Generalmente quando una cura non funziona, la cambiamo. La fiducia nelle istituzioni è ai minimi termini, siamo comunità divise e la strada della vera unità (non di quella evocata ad uso e consumo di chi ci dovrebbe guidare in nome del bene comune) la possiamo ritrovare solo concentrandoci nel ricercare e pretendere costantemente la chiarezza. Parole e fatti di verità. Non narrazioni.

Ci lasciamo rassicurare dal richiamo alla moderazione, ma davvero ci sentiamo tutti violenti? Realmente crediamo di essere in gran parte dei facinorosi pronti a ribaltare il tavolo? Certo l’educazione è in gran parte un lontano ricordo e molto andrebbe fatto anche sulle minime regole di vivere civile, ma nei fatti siamo tutti moderati. La stragrande maggioranza non esce di casa per minacciare le persone o creare danni a cose di proprietà altrui o di pubblica utilità per cui questo dibattito sulla necessità della moderazione presenta qualcosa di sterile, noioso e inconcludente. L’unico risultato che può avere è quello di prolungare l’agonia, anestetizzarci e non focalizzare l’attenzione sui veri problemi e contribuire a tutelare chi detiene fallimentarmente posizioni di potere.

Facciamoci forza, dunque, e torniamo alla verità nelle parole e nei fatti. Troviamo il coraggio di cogliere le vere opportunità che le crisi ci offrono per abbracciare una grande visione di cambiamento e parole, magari nette e radicali, ma chiare.

Terzo Settore è anche uno strumento per ridurre la sfiducia dei giovani verso le istituzioni

Il Rapporto Giovani 2020 edito dall’Istituto Toniolo ha offerto, come sempre, una valida fotografia della condizione giovanile in Italia. L’importanza di questo studio aumenta in questo anno segnato dalla maggiore precarietà imposta dalla pandemia in corso.

L’ultima edizione del report evidenzia il trend che ritroviamo purtroppo anche in altre importanti pubblicazioni recenti (cfr.l’ultimo rapporto Caritas) ovvero sono in aumento i giovani in condizioni di disagio economico. 

Non è solo questo dato che dovrebbe farci preoccupare, ma anche il contemporaneo gap tra giovani che riescono ad accedere a buoni e completi percorsi formativi e giovani con una formazione più debole e meno informati.

Su questa differenza lo studio annuale dell’Istituto Toniolo si sofferma molto, evidenziando come fino a questo momento le politiche dedicate ai NEET (non occupati, né inseriti percorsi formativi o di istruzione) abbiano portato a scarsi risultati: non può non destare preoccupazione il fatto che solo il 16,3% conoscesse una misura come il Reddito di Cittadinanza. A prescindere dal merito del provvedimento, esso rappresenta uno dei più importanti strumenti varati per contrastare la disoccupazione e aiutare le fasce deboli della popolazione. 

La polarizzazione tra giovani con migliori percorsi formativi ed opportunità ed altri con bagagli e riferimenti culturali meno solidi, incide sulla visione che essi hanno del futuro e anche sulla loro adesione a percorsi di partecipazione ed impegno. Tra i primi prevale, infatti, la consapevolezza della necessità di partecipare e concorrere alla costruzione della propria comunità di appartenenza, nei secondi invece sfiducia verso il futuro legata ad una forte disillusione sul peso del proprio impegno e voto per un reale e positivo impatto sulla società. 

La pandemia ha ulteriormente acuito questa condizione in quanto un giovane italiano su tre, come rilevato dalle indagini, è convinto che l’emergenza influirà negativamente sul futuro, in particolare quello lavorativo. Emerge una sfiducia crescente nei confronti delle istituzioni (non solo quelle strettamente politiche) che difficilmente potrà essere recuperata finchè i principali attori politici continueranno a non rendersi conto della grave crisi in cui è piombata la classe dirigente della nazione. Non manca più solo la capacità di guidare i processi, ma anche di ispirare speranza e fiducia nel futuro ed è evidente che su questi presupposti il futuro non potrà essere roseo per la nostra comunità nazionale.

Da dove ripartire? 

Un’indicazione possiamo coglierla da ciò in cui giovani hanno più fiducia: volontariato, ricerca scientifica e strutture ospedaliere (sempre dati del rapporto dell’Istituto Toniolo). Al di là dello spettacolo urlante e divisivo che troppo spesso si è riversato sui media, i giovani hanno fiducia proprio in chi durante questa emergenza  è “al fronte” per combattere e vincere la “guerra” contro il coronavirus.

L’auspicio è che tutti coloro impegnati attualmente nelle tre “istituzioni” citate prendano coscienza dell’effettivo ruolo che essi possono avere per la costruzione e la maturazione di una classe dirigente diversa, consapevole ed in grado di elaborare una strategia volta ad affrontare con chiarezza e determinazione le grandi sfide che ci aspettano. 

Il tempo delle divisioni è finito, ma dovremmo lasciarci alle spalle anche finti propositi di coesione “di maniera”. 

Il terzo settore nella sua interezza poichè è presente in tutte e tre le “istituzioni” citate può farsi promotore e interprete di questo principale cambiamento. Può farlo chiedendo alla politica di essere ascoltato e rappresentato seriamente, di evitare il perdersi in conflitti ideologici, nello stimolare la partecipazione giovanile, nel proporre modelli alternativi di sviluppo sostenibile, nel tracciare e praticare nuovi modelli di welfare.

Lo chiedono i giovani e il futuro della nostra comunità nazionale.

Pubblicato su: Servizio Civile Magazine

La necessità di riscoprirsi comunità e l’importanza di avere una classe dirigente

L’emergenza e la pandemia hanno contribuito ad acuire molti dei diversi problemi della società italiana. Tralasciando l’ormai consolidata e triste tendenza ad inseguire narrazioni che poco hanno a che fare con la realtà che sembra colpire chi ha responsabilità di gestione e governo ad ogni livello, sembra proprio che il cosiddetto Paese coi suoi problemi concreti e le sue difficoltà debba essere sempre messo in secondo piano.

La classe dirigente, al netto dell’effetto sorpresa del primo periodo della pandemia che oggettivamente non era stata prevista, ha mostrato a grandi linee incapacità e impreparazione nel guidare i processi e pianificare una strategia adeguata ad affrontare una pronosticata seconda ondata dell’epidemia e la crisi socio economica che, purtroppo, ad essa si è accompagnata.

Sembra quasi naturale il dover essere rassegnati all’ineluttabile lentezza del sistema burocratico, a poche impostazioni metodologiche amministrative e politiche già fallimentari in più occasioni, all’assenza di visioni di ampio respiro per la nostra nazione. Da più parti, anche in quella che dovrebbe essere classe dirigente, si levano voci di protesta e richiamo alla grande opportunità offerta da questa grave crisi per “resettare” tutto e ripartire: ma quanta credibilità possono avere queste giuste osservazioni se ad avanzarle sono gli stessi che sino ad ora hanno quanto meno inseguito narrazioni errate? Gli stessi, per citare un esempio, che sono riusciti a far uscire bandi per potenziare le terapie intensive oggi a seconda ondata già pienamente in corso, nonostante sei mesi di tempo?

Per non parlare dei ritardi nella cassa integrazione (quante sono le persone ancora in attesa dei pagamenti da maggio?), del costante dimenticare il terzo settore, della pianificazione per la gestione di tutti i pazienti colpiti da altre patologie e non dalla malattia Covid-19?

Forse siamo davvero giunti ad una fase in cui come comunità dovremmo riscoprirci uniti, non solo nel combattere e vincere la sfida alla Covid-19, ma nel prendere la dovuta consapevolezza di dover cominciare un percorso di serio rinnovamento nella classe dirigente e rimuovere quei tanti muri di gomma che frenano le migliori energie ed intelligenze in ogni ambito e oltre la retorica delle narrazioni errate.

Una sana circolazione delle élite che contribuisca a dare nuova linfa e visione alla nostra comunità nazionale e guidandola con consapevolezza verso il futuro.

Pubblicato su: Il Riformista

Agenda 2030, COVID19 e malattie non trasmissibili: rischi e ritardi

La pandemia ha generato brusche frenate sulla strada del raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030. Tra i diversi percorsi che hanno subito interruzioni significative non è possibile dimenticare quello relativo all’obiettivo 3 “Salute e Benessere”.

Si susseguono ormai da mesi report che tracciano numeri impressionanti sulla difficoltà di accesso alle cure da parte di pazienti affetti dalle cosiddette malattie non trasmissibili (diabete, malattie cardiovascolari, tumori e affezioni polmonari) e non mancano gli appelli affinché si adottino nuovi modelli per la gestione delle cure da parte di tantissime associazioni di medici e pazienti.

La pandemia non ha modificato e influenzato negativamente soltanto i percorsi e le possibilità di sottoporsi alle terapie, gli stessi cittadini, infatti, evitano gli accessi alle strutture ospedaliere ed ai pronto soccorso colpiti dalla paura di rischiare il contagio e ammalarsi di COVID-19.

Un elevato impatto negativo si è avuto di anche sulla prevenzione medica delle patologie non trasmissibili (non si dimentichi che esse sono la prima causa di morte al mondo e quanto il virus tenda a colpire più gravemente le persone affette da queste malattie) e questo non lascia ben sperare per il futuro, in considerazione del fatto che la pandemia produce effetti negativi anche dal punto di vista economico acuendo le diseguaglianze sociali. Tali differenze, così come suffragato da numerosi studi e dall’esperienza quotidiana, si manifestano con vigore nell’accesso alle cure da parte dei cittadini: coloro che vivono condizioni di disagio economico presentano maggiore difficoltà nell’accesso alle cure e alla pratica della prevenzione ed alla fruizione delle informazioni utili a tutelare la propria salute.

Si rischia, ad ogni livello ed in ogni Paese, di veder venire meno i progressi fatti fino a questo momento nella tutela del diritto alla salute ed per questo motivo che, trascorsi questi primi otto mesi dallo scoppio della più grande emergenza sanitaria globale mai affrontata, si cominci a ragionare su come garantire a tutti i cittadini la possibilità di avere accesso, in sicurezza e costantemente, a percorsi diagnostici e terapeutici per le loro patologie.

In Italia si potrebbe iniziare ad affrontare il problema raccogliendo gli appelli ed i suggerimenti avanzati  dall’Associazione nazionale Malati Reumatici (Anmar Onlus),  l’Associazione di Iniziativa Parlamentare e Legislativa per la Salute e la Prevenzione, Fondazione Giovanni Lorenzini, Fondazione Italiana per il Cuore, Fondazione Italiana Ricerca sulle Malattie dell’Osso (Firmo), che hanno chiesto ad esempio alle istituzioni di avviare una strategia diversa e non prettamente emergenziale con l’attuazione piena delle disposizioni contenute nelle leggi 40/2020 e 77/2020  che prevedono la “distribuzione per conto” da parte delle farmacie dei territori dei farmaci generalmente disponibili solo presso le strutture pubbliche.

Occorre approfittare di questo momento per ridisegnare in modo efficace ed efficiente le strategie volte a garantire il diritto alla salute delle comunità.

Pubblicato su: Ricerca & Salute

Terzo settore sedotto e abbandonato

La prima metà del mese di settembre ha finalmente consegnato al Terzo Settore uno dei passaggi fondamentali della riforma relativa avviata con il “governo Renzi”.

Volendo sorvolare sui soliti ritardi legati alla burocrazia italiana, vero pilastro della conservazione del peggiore status quo, c’è da dire che la firma del Ministro Catalfo del decreto attuativo del RUNTS (Registro Unico Nazionale Terzo Settore) resta l’unico vero provvedimento dedicato al terzo settore emanato dall’inizio dell’anno.

È sempre bene ricordare (a beneficio dei tanti smemorati) che, da marzo ad oggi, tutti i rappresentanti delle istituzioni non hanno mai fatto mancare nei loro discorsi ed interventi pubblici i ringraziamenti alle tante anime del terzo settore, volontariato su tutti, per aver contribuito in modo decisivo a garantire la coesione sociale nei momenti più difficili della pandemia.

Più volte, anche da queste pagine, si è auspicato che alle parole seguissero i fatti e che finalmente il terzo settore fosse trattato realmente come uno dei pilastri della comunità nazionale.
Eppure, nonostante ore di riunioni, parole ed occasioni, di concreto si è visto ben poco. Nessun provvedimento è stato varato a sostegno delle tantissime strutture presenti sui territori e fuori dai circuiti di quelle che sono conventicole abituate a rappresentare solo i propri interessi (legittimi o meno che siano).

A mancare è stata la considerazione e la risposta delle istituzioni quasi ad ogni livello: l’elaborazione delle proposte per il recovery plan offriva una grande opportunità, ma tra i 587 progetti posti all’attenzione del Comitato interministeriale per gli affari europei diretto dal Presidente del Consiglio Conte non è possibile rintracciarne uno che abbia una visione strategica o promozionale del terzo settore.
Anche in questo caso siamo in presenza di fatti che smentiscono la narrazione di tutti questi mesi e palesano, ancora una volta, l’assenza di una classe dirigente consapevole.

L’unico a battere un colpo verso il terzo settore, in particolare verso il mondo del servizio civile, è il Ministro Spadafora che ha ammesso recentemente le difficoltà nel reperire le risorse economiche per garantire la conferma anche nel 2021 del numero di 40.000 volontari. Il Ministro proverà a recuperare i fondi necessari dal recovery plan.
Tuttavia se questi sono i presupposti allora non si può essere tranquilli per i tempi che verranno.

Il terzo settore non merita solo più e vera attenzione da parte delle istituzioni, ma necessita anche di maggiore rappresentanza.

Pubblicato su: Istituzioni24.it

Coesione e unità nazionale non possono prescindere dai percorsi di partecipazione e solidarietà

Gentile Direttore,
ci avviamo ormai al mese di agosto e, ancora una volta, dobbiamo registrare quanto siamo vittime di una bolla mediatica. Si sono scritte e pronunciate milioni di parole sulla gestione dell’emergenza e della conseguente crisi economica e, naturalmente, sul bellissimo universo del non profit.

Il terzo settore è stato il fiore all’occhiello di qualsiasi discorso pronunciato dal mese di marzo in poi dai rappresentanti delle istituzioni, la carta da giocare quando in preda ad euforia o sconforto si voleva far riferimento alle tante persone che, unitamente al personale sanitario, hanno affrontato la fase acuta della pandemia senza paura e non lasciando mai soli i cittadini. Elogi meritati e continui ai quali non sono però seguiti fatti concreti di sostegno da parte dei decisori politici che, nella gran parte dei casi, si sono limitati ad annunci e promesse di montagne in grado di partorire solo topolini.

È arrivata l’estensione del credito d’imposta, la possibilità di accedere ai finanziamenti destinati inizialmente alle PMI ed è stato aumentato il fondo per il sostegno al Terzo settore nelle regioni del Mezzogiorno, ma, in pratica, è tutto molto fermo e nei fatti ci si è quasi dimenticati totalmente il cuore del non profit ovvero le miriadi di piccole e medie associazioni tanto lontane dalla ribalta quanto decisive e fondamentali per la coesione sociale della comunità nazionale.

Ancora una volta sembrano prevalere gli interessi di piccole e grandi conventicole dedite alla tutela dei propri percorsi, ma che non possono essere più l’unico punto di riferimento al momento delle scelte strategiche del Governo e del Parlamento. Il prezzo che la comunità nazionale pagherebbe sarebbe troppo alto poiché non si tratta della possibile scomparsa di tante piccole realtà associative, ma del rischio di vedere svanire esperienze e percorsi di sostegno, ascolto e risposte ai bisogni delle persone che rappresentano un patrimonio non quantificabile ed inestimabile per l’Italia.

C’è qualcuno in Parlamento, nelle Regioni, in generale nelle istituzioni e nel mondo del non profit pronto a farsi carico realmente di tutto il terzo settore e non di una sola parte? La coesione e l’unità nazionale non possono prescindere dai percorsi di partecipazione e solidarietà.

Pubblicato su: Il Riformista

Il Governo dia risposte concrete al terzo settore

I fatti restano l’unico valido metro di giudizio. Almeno così dovrebbe essere.

Il Governo, Premier Conte in testa, ha più volte ribadito la necessità di potenziare il terzo settore riconoscendone la grande importanza in termini umani, sociali ed economici eppure alla prova dei fatti le buone intenzioni non hanno mai visto seguire azioni concrete.

Da marzo ad oggi abbiamo sentito parlare a più riprese di aiuti economici per il non profit che rischia seriamente di perdere molte tra le sue migliori esperienze: sono stato annunciati l’anticipo del cinque per mille, il sostegno ai volontari ed alle strutture, ma ormai arrivati alla metà di luglio, così come per molte altre risposte attese dai cittadini, alle parole non sono seguiti i fatti.

Addirittura le misure annunciate a maggio ed inserite nel decreto rilancio erano state cancellate dalla discussione in Parlamento e, grazie a numerose proteste, sono state recuperate in modo confuso nelle ultime ore con il forte rischio che gli eventuali provvedimenti siano meno efficaci di quanto annunciato.

A questo punto è possibile cominciare a sospettare che il Governo abbia per il terzo settore solo belle parole, ma poca reale considerazione poichè sistematicamente arriva a “dimenticarsene” alla prova dei fatti.

Dimenticate le piccole e medie realtà associative territoriali, dimenticati i milioni di volontari, dimenticati caregiver e centri di assistenza, dimenticati i tanti professionisti che operano con umanità al fianco dei più deboli, dimenticato il servizio civile.
Il governo e i rappresentanti dei cittadini nelle istituzioni dovrebbero liberarsi dalla sindrome dell’annuncio e cominciare a calarsi nel reale che, con la forza dei fatti, testimonia l’importanza per la coesione sociale dell’Italia di oltre sei milioni di volontari e quasi un milione di lavoratori del non profit. Donne e uomini fondamentali a cui è arrivato il momento di dare risposte vere.

Pubblicato su: Istituzioni24.it

Il terzo settore e l’eterno confronto tra reale e narrazione

La narrazione è ormai centrale nelle nostre vite. Probabilmente lo è sempre stata, ma oggi la tecnologia ne ha amplificato le potenzialità e l’influenza.

In un modo o nell’altro è tutto un rincorrere la migliore narrazione utile alle esigenze del momento ed il terzo settore su questo non rappresenta l’eccezione.

In Italia sono quasi un milione gli occupati e oltre sei milioni i volontari, un vero e proprio esercito che agisce in nome della coesione sociale costituendo linfa vitale per la resilienza di ogni comunità.

A questo mondo da mesi sono state dedicate parole bellissime che hanno contribuito anche ad arricchire di emozioni i discorsi dei nostri rappresentanti nelle istituzioni eppure queste narrazioni sono molto distanti da quel che il reale ci restituisce.

Messaggi fuorvianti, enti che rischiano di chiudere per sempre, realtà periferiche dimenticate, volontari che hanno rischiato il contagio a proprie spese sopperendo alle lacune dello stato a cui nemmeno un rimborso sarà corrisposto. Rischiamo di dilapidare un patrimonio.

Se, come annunciato da mesi, avessimo dovuto e voluto ricominciare veramente in nome di una comunità più unità e solidale, allora perchè le uniche azioni compiute a favore del terzo settore restano il credito d’imposta e la possibilità dei prestiti bancari?

Quanti sono gli enti che potranno usufruirne?

Sembra come minimo paradossale pensare che la partecipazione debba essere associata solo ai grandi enti ed alle grandi reti.
Manca una strategia e si soffia sul fuoco delle divisioni dimenticando di fare i conti con la vita vera, i sacrifici e l’impegno dei tanti volontari che, al momento, possono contare su poche mosche bianche tra i rappresentanti delle istituzioni.
Le tossine delle divisioni ideologiche iniziano a sparire e potrebbero essere presto un lontano ricordo, non sarebbe quindi il caso di abbandonare le narrazioni lontane della realtà e cominciare a costruire insieme al terzo settore il nuovo welfare da tutti auspicato?
Come sempre il reale consegnerà il conto e senza fatti concreti sarà molto salato.

Pubblicato su: Istituzioni24.it

Decreto Rilancio, ancora nessun risultato per il terzo settore

Gentile Direttore, è passato quasi un mese da quando il Governo ha varato il Decreto Rilancio, ma in termini pratici non si vedono risultati per il terzo settore. L’emergenza che viviamo impone sicuramente attenzione a numerosi aspetti poiché tante sono le criticità da affrontare eppure non credo sia possibile dimenticare una parte importante del Paese che, sin dai primi momenti della pandemia, ha offerto la propria opera gratuita per contenere e gestire le difficoltà.

Nelle conferenze stampa di ogni ordine e grado abbiamo ascoltato lodi continue alla grande attività del terzo settore eppure fino al “decreto rilancio”, come ricordato continuamente da molti rispettabili esperti e rappresentanti del non profit, nessuna misura era stata prevista per sostenere fattivamente chi garantisce la coesione sociale. Ad oggi non si registrano particolari effetti concreti rispetto a quanto previsto dall’ultima azione governativa e soprattutto nessuna voce sembra levarsi per sostenere le ragioni delle realtà che non appartengono alle grandi reti associative e che non potranno godere – quando sarà possibile – del credito d’imposta e dei prestiti bancari.

Si tratta dei volontari e degli operatori che a proprie spese hanno provveduto a comprare DPI, mettere in sicurezza aree, accompagnare anziani ed ammalati ai controlli medici, distribuire pacchi alimentari e che, in sostanza, hanno garantito ai Comuni ed alle istituzioni la possibilità di dare continuità a molti servizi ed attività rischiando anche di contagiarsi.

Queste persone hanno evidenziato con le loro azioni quanto sia concreto e fondamentale il principio di sussidiarietà e quanto il patrimonio di solidarietà ed esperienze di cui sono custodi sia una colonna portante per l’Italia di oggi e quella di domani. Ora la crisi aggredisce anche i loro enti che rischiano seriamente di scomparire.

Non un segnale, non un gesto concreto è stato compiuto fino a questo momento eppure dai contributi per l’affitto delle sedi e le loro sanificazioni, ai rimborsi per l’assicurazione dei volontari e le spese sostenute nel contenimento del contagio sarebbero molte le problematiche sulle quali poter intervenire. Il non profit crea valore sociale ed umano che non è fine a sé stesso e questo è ancora più evidente nelle migliaia di esperienze di periferia delle piccole e grandi città dove le attività ed i progetti sono spesso autofinanziate totalmente senza alcun supporto.

Naturalmente questa disattenzione non è solo del Governo, anche le regioni non sono da meno e la Campania su questo non fa eccezione nonostante vanti una grande tradizione del non profit che negli ultimi anni l’ha proiettata tra i territori in cui è cresciuta maggiormente la presenza del terzo settore.

Proprio in Campania ed in tutto il Sud dovremmo iniziare a valutarlo maggiormente e nella giusta modalità il ruolo del non profit iniziando a considerarlo come uno dei pilastri sui quali costruire un futuro diverso per le comunità. Tale rivoluzione copernicana potrà compiersi solo se le classi dirigenti saranno in grado di abbandonare le torri d’avorio per affrontare il reale.
Ricordarsi concretamente di volontari, operatori ed i loro enti del terzo settore potrebbe essere un primo passo significativo.


Pubblicato su: Il Riformista

Covid-19 e obiettivo “Salute” Agenda 2030: prospettive e rischi in Italia dopo il lockdown

Le Nazioni Unite, individuando gli obiettivi per affermare il paradigma dello sviluppo sostenibile entro il 2030, hanno dedicato ampia attenzione a “Salute e benessere” poiché l’accesso alle cure e la tutela di uno stato di buona salute per tutti è considerato tra i più importanti risultati da raggiungere entro la prossima decade.

L’Italia con il proprio sistema sanitario universalistico rappresenta da sempre per questo argomento un punto di riferimento, nonostante critiche, inefficienze e scandali che nel corso degli anni hanno, purtroppo, occupato le cronache dei giornali e attirato giudizi negativi dei cittadini.

Lo scoppio della pandemia e le attività di contenimento del contagio, prima fra tutte il lockdown, hanno avuto un grande impatto anche sul sistema sanitario, in particolare sulla sua organizzazione e sulle prestazioni garantite ai cittadini.

Senza voler ricordare ed approfondire quanto i medici e tutto il personale sanitario siano stati decisivi con il proprio operato ed ingegno lasciando sul campo anche numerose vite, occorrerebbe iniziare a verificare quali siano le condizioni dalle quali la sanità ripartirà in questa nuova fase dell’emergenza.

Il lockdown non ha bloccato solo le attività commerciali e sociali: sono migliaia le prestazioni mediche annullate o rinviate a causa di un’organizzazione non sempre pronta a gestire unitamente all’emergenza Covid-19 anche le attività ordinarie di assistenza, nonostante le grandi capacità dei medici e di tutto il personale del comparto sanità.

Come evidenziato da Repubblica ed altre autorevoli testate giornalistiche che hanno raccolto le testimonianze di alcuni dirigenti della sanità confrontandole con diverse indagini condotte nelle scorse settimane (una su tutte da Nomisma), in Italia sono saltati circa “500 mila interventi e 12 milioni di esami radiologici. Senza contare i milioni di cittadini che a causa del rischio Covid-19 hanno rinunciato o subito gli annullamenti dei controlli per le malattie non trasmissibili (NCDs – non communicable disease) che rappresentano da anni la prima causa di morte in Italia e nel mondo.

l’Istat ha, infatti, evidenziato nel suo ultimo rapporto sullo stato del cammino italiano verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile pubblicato il 14 maggio come la “maggior parte dei decessi avvengono per cause legate alle malattie cardiocircolatorie (35,8%), tumori maligni (26,3%), alle malattie del sistema respiratorio (8,2%)”. Sempre l’Istituto nazionale di statistica ha rimarcato come nel Mezzogiorno sia prevalente rispetto al Nord la mortalità per diabete, malattie cardiovascolari, cerebrovascolari ed ipertensive.

Alla luce di questi dati può risultare evidente come il coronavirus, nonostante la grande disponibilità  e capacità del personale,  possa aver colpito fortemente il sistema sanitario italiano rallentandone le prestazioni e la garanzia di accesso alle cure per tutti i cittadini.

Questo problema evidenzia come sia arrivato il tempo che, ai vari livelli istituzionali, i decisori politici inizino a pensare sul serio a come trasformare questa crisi in una grande opportunità per rilanciare un sistema sanitario in affanno e con evidenti disparità d’investimento e strutture tra il Nord ed il Sud dell’Italia.  Se, infatti, i vari decreti emanati dal Governo per affrontare la pandemia fanno registrare per ovvie ragioni una forte attenzione al “problema salute”, le misure adottate sembrano essere più di natura protezionistica e cautelativa che non di investimento e cambiamento. Sul tavolo, al momento, sono state avanzate alcune ipotesi soprattutto sull’organizzazione della medicina territoriale e sull’eventuale utilizzo del MES (fondo salva stati) per le spese dedicate alla sanità, ma ad ora non appaiono siano state intraprese strategie chiare.

Una situazione simile impone con urgenza un’assunzione di responsabilità in duplice veste:

  • politica, poiché sono necessarie prendere decisioni che abbiano risvolti non solo nell’immediato, ma anche nel futuro grazie all’attuazione di strategie ed investimenti per assunzioni, formazione, edilizia sanitaria, riduzione del gap strutturale e tecnologico tra le diverse aree del Paese;
  • organizzativa: il sistema sanitario deve avere linee guida chiare su come ripartire ed operare a pieno regime per recuperare il tempo perduto. Non è più il tempo di navigare a vista.

Con questi presupposti difficilmente si potranno effettuare grandi passi in avanti verso l’obiettivo (Goal 3) “Salute e Benessere” dell’Agenda 2030 e, nella speranza che non si verifichi una seconda ondata dell’epidemia, si corre il serio rischio di registrare a fine anno un notevole aumento di morti da malattie croniche e non trasmissibili.

Pubblicato su: Ricerca & Salute

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