“Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive” - F.Dostoevskij

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Terzo Settore è anche uno strumento per ridurre la sfiducia dei giovani verso le istituzioni

Il Rapporto Giovani 2020 edito dall’Istituto Toniolo ha offerto, come sempre, una valida fotografia della condizione giovanile in Italia. L’importanza di questo studio aumenta in questo anno segnato dalla maggiore precarietà imposta dalla pandemia in corso.

L’ultima edizione del report evidenzia il trend che ritroviamo purtroppo anche in altre importanti pubblicazioni recenti (cfr.l’ultimo rapporto Caritas) ovvero sono in aumento i giovani in condizioni di disagio economico. 

Non è solo questo dato che dovrebbe farci preoccupare, ma anche il contemporaneo gap tra giovani che riescono ad accedere a buoni e completi percorsi formativi e giovani con una formazione più debole e meno informati.

Su questa differenza lo studio annuale dell’Istituto Toniolo si sofferma molto, evidenziando come fino a questo momento le politiche dedicate ai NEET (non occupati, né inseriti percorsi formativi o di istruzione) abbiano portato a scarsi risultati: non può non destare preoccupazione il fatto che solo il 16,3% conoscesse una misura come il Reddito di Cittadinanza. A prescindere dal merito del provvedimento, esso rappresenta uno dei più importanti strumenti varati per contrastare la disoccupazione e aiutare le fasce deboli della popolazione. 

La polarizzazione tra giovani con migliori percorsi formativi ed opportunità ed altri con bagagli e riferimenti culturali meno solidi, incide sulla visione che essi hanno del futuro e anche sulla loro adesione a percorsi di partecipazione ed impegno. Tra i primi prevale, infatti, la consapevolezza della necessità di partecipare e concorrere alla costruzione della propria comunità di appartenenza, nei secondi invece sfiducia verso il futuro legata ad una forte disillusione sul peso del proprio impegno e voto per un reale e positivo impatto sulla società. 

La pandemia ha ulteriormente acuito questa condizione in quanto un giovane italiano su tre, come rilevato dalle indagini, è convinto che l’emergenza influirà negativamente sul futuro, in particolare quello lavorativo. Emerge una sfiducia crescente nei confronti delle istituzioni (non solo quelle strettamente politiche) che difficilmente potrà essere recuperata finchè i principali attori politici continueranno a non rendersi conto della grave crisi in cui è piombata la classe dirigente della nazione. Non manca più solo la capacità di guidare i processi, ma anche di ispirare speranza e fiducia nel futuro ed è evidente che su questi presupposti il futuro non potrà essere roseo per la nostra comunità nazionale.

Da dove ripartire? 

Un’indicazione possiamo coglierla da ciò in cui giovani hanno più fiducia: volontariato, ricerca scientifica e strutture ospedaliere (sempre dati del rapporto dell’Istituto Toniolo). Al di là dello spettacolo urlante e divisivo che troppo spesso si è riversato sui media, i giovani hanno fiducia proprio in chi durante questa emergenza  è “al fronte” per combattere e vincere la “guerra” contro il coronavirus.

L’auspicio è che tutti coloro impegnati attualmente nelle tre “istituzioni” citate prendano coscienza dell’effettivo ruolo che essi possono avere per la costruzione e la maturazione di una classe dirigente diversa, consapevole ed in grado di elaborare una strategia volta ad affrontare con chiarezza e determinazione le grandi sfide che ci aspettano. 

Il tempo delle divisioni è finito, ma dovremmo lasciarci alle spalle anche finti propositi di coesione “di maniera”. 

Il terzo settore nella sua interezza poichè è presente in tutte e tre le “istituzioni” citate può farsi promotore e interprete di questo principale cambiamento. Può farlo chiedendo alla politica di essere ascoltato e rappresentato seriamente, di evitare il perdersi in conflitti ideologici, nello stimolare la partecipazione giovanile, nel proporre modelli alternativi di sviluppo sostenibile, nel tracciare e praticare nuovi modelli di welfare.

Lo chiedono i giovani e il futuro della nostra comunità nazionale.

Pubblicato su: Servizio Civile Magazine

Terzo settore sedotto e abbandonato

La prima metà del mese di settembre ha finalmente consegnato al Terzo Settore uno dei passaggi fondamentali della riforma relativa avviata con il “governo Renzi”.

Volendo sorvolare sui soliti ritardi legati alla burocrazia italiana, vero pilastro della conservazione del peggiore status quo, c’è da dire che la firma del Ministro Catalfo del decreto attuativo del RUNTS (Registro Unico Nazionale Terzo Settore) resta l’unico vero provvedimento dedicato al terzo settore emanato dall’inizio dell’anno.

È sempre bene ricordare (a beneficio dei tanti smemorati) che, da marzo ad oggi, tutti i rappresentanti delle istituzioni non hanno mai fatto mancare nei loro discorsi ed interventi pubblici i ringraziamenti alle tante anime del terzo settore, volontariato su tutti, per aver contribuito in modo decisivo a garantire la coesione sociale nei momenti più difficili della pandemia.

Più volte, anche da queste pagine, si è auspicato che alle parole seguissero i fatti e che finalmente il terzo settore fosse trattato realmente come uno dei pilastri della comunità nazionale.
Eppure, nonostante ore di riunioni, parole ed occasioni, di concreto si è visto ben poco. Nessun provvedimento è stato varato a sostegno delle tantissime strutture presenti sui territori e fuori dai circuiti di quelle che sono conventicole abituate a rappresentare solo i propri interessi (legittimi o meno che siano).

A mancare è stata la considerazione e la risposta delle istituzioni quasi ad ogni livello: l’elaborazione delle proposte per il recovery plan offriva una grande opportunità, ma tra i 587 progetti posti all’attenzione del Comitato interministeriale per gli affari europei diretto dal Presidente del Consiglio Conte non è possibile rintracciarne uno che abbia una visione strategica o promozionale del terzo settore.
Anche in questo caso siamo in presenza di fatti che smentiscono la narrazione di tutti questi mesi e palesano, ancora una volta, l’assenza di una classe dirigente consapevole.

L’unico a battere un colpo verso il terzo settore, in particolare verso il mondo del servizio civile, è il Ministro Spadafora che ha ammesso recentemente le difficoltà nel reperire le risorse economiche per garantire la conferma anche nel 2021 del numero di 40.000 volontari. Il Ministro proverà a recuperare i fondi necessari dal recovery plan.
Tuttavia se questi sono i presupposti allora non si può essere tranquilli per i tempi che verranno.

Il terzo settore non merita solo più e vera attenzione da parte delle istituzioni, ma necessita anche di maggiore rappresentanza.

Pubblicato su: Istituzioni24.it

Coesione e unità nazionale non possono prescindere dai percorsi di partecipazione e solidarietà

Gentile Direttore,
ci avviamo ormai al mese di agosto e, ancora una volta, dobbiamo registrare quanto siamo vittime di una bolla mediatica. Si sono scritte e pronunciate milioni di parole sulla gestione dell’emergenza e della conseguente crisi economica e, naturalmente, sul bellissimo universo del non profit.

Il terzo settore è stato il fiore all’occhiello di qualsiasi discorso pronunciato dal mese di marzo in poi dai rappresentanti delle istituzioni, la carta da giocare quando in preda ad euforia o sconforto si voleva far riferimento alle tante persone che, unitamente al personale sanitario, hanno affrontato la fase acuta della pandemia senza paura e non lasciando mai soli i cittadini. Elogi meritati e continui ai quali non sono però seguiti fatti concreti di sostegno da parte dei decisori politici che, nella gran parte dei casi, si sono limitati ad annunci e promesse di montagne in grado di partorire solo topolini.

È arrivata l’estensione del credito d’imposta, la possibilità di accedere ai finanziamenti destinati inizialmente alle PMI ed è stato aumentato il fondo per il sostegno al Terzo settore nelle regioni del Mezzogiorno, ma, in pratica, è tutto molto fermo e nei fatti ci si è quasi dimenticati totalmente il cuore del non profit ovvero le miriadi di piccole e medie associazioni tanto lontane dalla ribalta quanto decisive e fondamentali per la coesione sociale della comunità nazionale.

Ancora una volta sembrano prevalere gli interessi di piccole e grandi conventicole dedite alla tutela dei propri percorsi, ma che non possono essere più l’unico punto di riferimento al momento delle scelte strategiche del Governo e del Parlamento. Il prezzo che la comunità nazionale pagherebbe sarebbe troppo alto poiché non si tratta della possibile scomparsa di tante piccole realtà associative, ma del rischio di vedere svanire esperienze e percorsi di sostegno, ascolto e risposte ai bisogni delle persone che rappresentano un patrimonio non quantificabile ed inestimabile per l’Italia.

C’è qualcuno in Parlamento, nelle Regioni, in generale nelle istituzioni e nel mondo del non profit pronto a farsi carico realmente di tutto il terzo settore e non di una sola parte? La coesione e l’unità nazionale non possono prescindere dai percorsi di partecipazione e solidarietà.

Pubblicato su: Il Riformista

Il terzo settore e l’eterno confronto tra reale e narrazione

La narrazione è ormai centrale nelle nostre vite. Probabilmente lo è sempre stata, ma oggi la tecnologia ne ha amplificato le potenzialità e l’influenza.

In un modo o nell’altro è tutto un rincorrere la migliore narrazione utile alle esigenze del momento ed il terzo settore su questo non rappresenta l’eccezione.

In Italia sono quasi un milione gli occupati e oltre sei milioni i volontari, un vero e proprio esercito che agisce in nome della coesione sociale costituendo linfa vitale per la resilienza di ogni comunità.

A questo mondo da mesi sono state dedicate parole bellissime che hanno contribuito anche ad arricchire di emozioni i discorsi dei nostri rappresentanti nelle istituzioni eppure queste narrazioni sono molto distanti da quel che il reale ci restituisce.

Messaggi fuorvianti, enti che rischiano di chiudere per sempre, realtà periferiche dimenticate, volontari che hanno rischiato il contagio a proprie spese sopperendo alle lacune dello stato a cui nemmeno un rimborso sarà corrisposto. Rischiamo di dilapidare un patrimonio.

Se, come annunciato da mesi, avessimo dovuto e voluto ricominciare veramente in nome di una comunità più unità e solidale, allora perchè le uniche azioni compiute a favore del terzo settore restano il credito d’imposta e la possibilità dei prestiti bancari?

Quanti sono gli enti che potranno usufruirne?

Sembra come minimo paradossale pensare che la partecipazione debba essere associata solo ai grandi enti ed alle grandi reti.
Manca una strategia e si soffia sul fuoco delle divisioni dimenticando di fare i conti con la vita vera, i sacrifici e l’impegno dei tanti volontari che, al momento, possono contare su poche mosche bianche tra i rappresentanti delle istituzioni.
Le tossine delle divisioni ideologiche iniziano a sparire e potrebbero essere presto un lontano ricordo, non sarebbe quindi il caso di abbandonare le narrazioni lontane della realtà e cominciare a costruire insieme al terzo settore il nuovo welfare da tutti auspicato?
Come sempre il reale consegnerà il conto e senza fatti concreti sarà molto salato.

Pubblicato su: Istituzioni24.it

Decreto Rilancio, ancora nessun risultato per il terzo settore

Gentile Direttore, è passato quasi un mese da quando il Governo ha varato il Decreto Rilancio, ma in termini pratici non si vedono risultati per il terzo settore. L’emergenza che viviamo impone sicuramente attenzione a numerosi aspetti poiché tante sono le criticità da affrontare eppure non credo sia possibile dimenticare una parte importante del Paese che, sin dai primi momenti della pandemia, ha offerto la propria opera gratuita per contenere e gestire le difficoltà.

Nelle conferenze stampa di ogni ordine e grado abbiamo ascoltato lodi continue alla grande attività del terzo settore eppure fino al “decreto rilancio”, come ricordato continuamente da molti rispettabili esperti e rappresentanti del non profit, nessuna misura era stata prevista per sostenere fattivamente chi garantisce la coesione sociale. Ad oggi non si registrano particolari effetti concreti rispetto a quanto previsto dall’ultima azione governativa e soprattutto nessuna voce sembra levarsi per sostenere le ragioni delle realtà che non appartengono alle grandi reti associative e che non potranno godere – quando sarà possibile – del credito d’imposta e dei prestiti bancari.

Si tratta dei volontari e degli operatori che a proprie spese hanno provveduto a comprare DPI, mettere in sicurezza aree, accompagnare anziani ed ammalati ai controlli medici, distribuire pacchi alimentari e che, in sostanza, hanno garantito ai Comuni ed alle istituzioni la possibilità di dare continuità a molti servizi ed attività rischiando anche di contagiarsi.

Queste persone hanno evidenziato con le loro azioni quanto sia concreto e fondamentale il principio di sussidiarietà e quanto il patrimonio di solidarietà ed esperienze di cui sono custodi sia una colonna portante per l’Italia di oggi e quella di domani. Ora la crisi aggredisce anche i loro enti che rischiano seriamente di scomparire.

Non un segnale, non un gesto concreto è stato compiuto fino a questo momento eppure dai contributi per l’affitto delle sedi e le loro sanificazioni, ai rimborsi per l’assicurazione dei volontari e le spese sostenute nel contenimento del contagio sarebbero molte le problematiche sulle quali poter intervenire. Il non profit crea valore sociale ed umano che non è fine a sé stesso e questo è ancora più evidente nelle migliaia di esperienze di periferia delle piccole e grandi città dove le attività ed i progetti sono spesso autofinanziate totalmente senza alcun supporto.

Naturalmente questa disattenzione non è solo del Governo, anche le regioni non sono da meno e la Campania su questo non fa eccezione nonostante vanti una grande tradizione del non profit che negli ultimi anni l’ha proiettata tra i territori in cui è cresciuta maggiormente la presenza del terzo settore.

Proprio in Campania ed in tutto il Sud dovremmo iniziare a valutarlo maggiormente e nella giusta modalità il ruolo del non profit iniziando a considerarlo come uno dei pilastri sui quali costruire un futuro diverso per le comunità. Tale rivoluzione copernicana potrà compiersi solo se le classi dirigenti saranno in grado di abbandonare le torri d’avorio per affrontare il reale.
Ricordarsi concretamente di volontari, operatori ed i loro enti del terzo settore potrebbe essere un primo passo significativo.


Pubblicato su: Il Riformista

Terzo settore, bene ‘Decreto rilancio’ ora tocca alle regioni del Sud

Gentile Direttore,
sin i primi giorni della pandemia, da più parti si è sentito echeggiare l’auspicio che questa crisi potesse essere un’occasione per migliorare quanto di negativo ci fosse nei meccanismi che accompagnano i processi della nostra comunità. Grande risalto, più che meritato, è stato dato al fondamentale ruolo svolto dagli enti del terzo settore: ad ogni conferenza stampa del Premier così come in tutte le comunicazioni, dirette social e interviste ai rappresentanti delle istituzioni non sono mai mancate belle parole per gli interpreti dell’Italia migliore ovvero i volontari che – ancor di più in questa difficile circostanza – hanno garantito coesione sociale e supportato le istituzioni nel tentativo di dare risposte ai bisogni dei cittadini.

Occorre però notare come le intenzioni siano rimaste a lungo solo parole e, dopo innumerevoli richiami e proteste dei vari rappresentanti del non profit, finalmente qualcosa si è mosso con il Decreto Rilancio. Non possiamo dimenticare che il non profit fino allo scorso febbraio ha rappresentato il 4% del PIL italiano grazie all’impegno quotidiano di quasi sei milioni di volontari e poco meno di un milione di lavoratori.

Il Governo, accolte le sollecitazioni, ha teso una prima mano a questa fondamentale parte della nostra comunità nazionale e sebbene sembrino essere totalmente sparite dai radar dei provvedimenti centrali le tante piccole e medie organizzazioni operanti sui territori, l’articolo 236 del decreto “Rilancio” sancisce come mai prima d’ora un’attenzione particolare agli enti operanti al Sud.

Bisogna riconoscere al Presidente di Fondazione con il Sud, Carlo Borgomeo, di aver tenuta alta l’attenzione sui rischi per il terzo settore specialmente nel mezzogiorno e al Ministro Provenzano di aver raccolto tali importanti segnalazioni, ma ora toccherà alle Regioni del Sud usare al meglio gli strumenti che il “decreto rilancio” offre per supportare le organizzazioni che animano l’universo non profit.

Il tempo scorre inesorabile e occorre inaugurare una nuova fase di cooperazione tra terzo settore ed istituzioni, lo meritano i lavoratori ed i volontari che hanno offerto l’ennesima grande prova di solidarietà ed impegno.

In Campania non sono pochi i volontari che hanno dedicato il proprio tempo a portare conforto, ristoro e supporto ai cittadini, specialmente i più deboli, costretti in casa dal lockdown e dal contagio. Spesso lo hanno fatto procurandosi autonomamente i DPI e utilizzando proprie risorse economiche.

È probabilmente arrivato il momento di dedicare loro l’attenzione che meritano. Non tutti gli enti potranno beneficiare del credito d’imposta o delle misure previste per rispondere legittimamente alle grandi organizzazioni.

Dal forum terzo settore regionale sono state avanzate alcune idee, così come dall’alleanza delle cooperative della Campania. Non ha fatto mancare la propria voce anche Stefano Caldoro – Capo dell’opposizione di centrodestra in Consiglio Regionale – che ha presentato un piano articolato di proposte per dare risposte concrete a tante tipologie di enti e alle necessità dei loro volontari, lavoratori e anche a chi sceglie di supportarli economicamente.

Spesso si è sentito ripetere in questi mesi che bisogna lavorare tutti insieme e proprio il terzo settore è il rappresenta un esempio per tutti coloro che vogliano fare squadra con le istituzioni ed unire le persone in nome di ideali ed obiettivi che superino la semplice logica della concorrenza.

Perché non avviare in Campania una nuova stagione di partecipazione ragionando sulle proposte presenti sul tavolo e occupandosi veramente di coloro i quali non dimenticano mai di tendere la mano per aiutare il prossimo?

Pubblicato su: Il Riformista

Terzo settore, una sfida per la Campania

Il Governo sembra aver finalmente battuto un colpo. “Sembra” perché nel momento in cui si scrive ancora non è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto “rilancio” e quindi non è possibile esprimere considerazioni legate a qualcosa di reale. Tuttavia, stando alle diverse bozze circolate nei giorni e nelle ore precedenti al Consiglio dei Ministri in cui si è provato finalmente ad affrontare il problema della crisi economica, il Governo pare proprio aver accolto numerose richieste provenienti dai diversi ed importanti rappresentanti del Terzo Settore.

Tra le misure previste è evidente la voglia di provare a sostenere le organizzazioni del terzo settore che operano al SUD – art. 236 Sostegno al Terzo settore nelle Regioni del Mezzogiorno- ed in questo grande merito va dato alla “battaglia” che il Presidente della Fondazione Con il SUD – Carlo Borgomeo – ha condotto sin dai primi giorni di crisi evidenziando come tra lockdown e problemi economici il mondo del non profit nel mezzogiorno rischiasse la propria sopravvivenza.

Sicuramente le misure previste sono un bel segnale, ma non dobbiamo dimenticare tutte quelle realtà che non appartengono alle grandi reti o che operando in contesti estremamente periferici non riescono ad inserirsi in programmi di ampio respiro perché scontano inefficienze culturali e burocratiche unite a ritardi tecnologici importanti. Non ci si può dimenticare questo mondo – presente anche nelle città – che sostiene personalmente e privatamente il proprio operato rappresentando l’unica roccaforte di solidarietà, di risposte ai bisogni dei cittadini e garanzia alla coesione sociale.

Il decreto, proprio all’articolo 236, fa riferimento al ruolo che l’Agenzia per la Coesione territoriale nell’assegnazione dei contributi agli enti del terzo settore attivi nel Sud e anche alle modalità che le Regioni del mezzogiorno possono seguire per integrare queste misure al fine di supportare le iniziative del non profit in favore delle fasce più deboli. La strada da seguire è quella di attuare le modifiche dei regolamenti europei e recuperare risorse dai propri programmi FERS e FSE.

La Campania potrebbe fare la sua parte in questo senso e raccogliere questa sfida. Non sono mancate le sollecitazioni del forum del terzo settore regionale, dell’alleanza delle cooperative della Campania, di Stefano Caldoro – Capo dell’opposizione di centrodestra in Consiglio Regionale eppure ad oggi non ci sono segnali reali per il non profit.

Perché non raccogliere tale sfida ed iniziare a rispondere anche alle necessità delle tante realtà dei territori? Non tutti gli enti potranno beneficiare del credito d’imposta o delle misure atte a rispondere alle grandi realtà in grado, col proprio operato, di generare profitto.

Le prime proposte sul tavolo ci sono: contributi per l’assicurazione dei mezzi, dei volontari per la sanificazione delle sedi, per l’affitto delle strutture, per rimborsare i volontari delle spese sostenute durante questa crisi, per l’acquisto dei DPI. Perché non estendere anche gli enti del terzo settore i provvedimenti regionali dedicati alle imprese? Perché non provare a aiutare tali organizzazioni prevedendo una percentuale di rimborso a persone fisiche e imprese di quanto donato per supportare iniziative di solidarietà? Senza dimenticare il servizio civile: perché non aumentare le risorse da destinare ai progetti che saranno realizzati nel prossimo anno?

Da quando è cominciata questa particolare fase delle nostre vite si è sentito ripetere da più parti che essa potesse essere l’occasione di un cambiamento positivo.

Forse per i rapporti tra non profit e decisori politici è davvero la grande occasione per uscire dalle dinamiche concorrenziali del mercato e avviare una nuova stagione di partecipazione al servizio delle persone.

Pubblicato su: Istituzioni24.it

Se la crisi diventa un’opportunità per la partecipazione

Superata la prima fase della pandemia che ha colpito l’intero globo ovvero quella in cui tutti i governi hanno dovuto prendere atto dei rischi per la salute dei cittadini ed assumere decisioni con l’obiettivo di limitare il contagio, ci avviamo non senza preoccupazioni verso la sfida della “nuova” normalità.

Molto si è scritto e detto circa gli effetti dell’epidemia sulle relazioni umane, sulla salute delle persone e su come saremmo diventati una volta che il peggio sarebbe stato alle nostre spalle. Riflessioni che grazie alla potente cassa di risonanza garantita dalla tecnologia, in particolare dei social, sono arrivate da ogni latitudine e livello e hanno contribuito a valorizzare il tempo dell’isolamento nelle proprie case. La fase del “dopo” è in realtà alle porte e inizia a presentare il conto, come da previsioni, sul fronte economico e sociale.

Siamo alle porte di un momento forse ancora più difficile, poiché gli effetti rischiano di essere devastanti se l’intera comunità – non solo chi ora ha l’onere di guidarla – saprà farsi carico delle responsabilità necessarie per affrontare al meglio i problemi che da più fronti popoleranno il nostro quotidiano.

Si è spesso affermato e letto che le crisi possono rappresentare opportunità positive per coloro i quali riescono ad andare oltre i legittimi momenti di difficoltà. Questa è senza dubbio una verità che per avere effetti concreti deve essere accompagnata dalla visione e dalla volontà di ritrovarsi impegnati sinergicamente in scelte coraggiose e capaci di dare vita anche a mutamenti di paradigma.

I sacrifici ad esempio potrebbero non essere vani se deviando da alcune storture del sistema burocratico, cominciassimo ad imboccare strade in cui i procedimenti siano molto più snelli e meno farraginosi. Se fossero promosse procedure di collaborazione basate sulle idee e su ciò che realmente occorre alle comunità piuttosto che perseverare in scelte dettate dalla mera appartenenza a singoli gruppi. Non è semplice, tuttavia è necessario.

Per restare al campo dei servizi sociali ed assistenziali potrebbe essere un’ottima occasione per cominciare ad applicare in modo serio le procedure di co-programmazione e co-progettazione (coinvolgimento degli ETS nelle scelte degli enti pubblici) previste dalla riforma del terzo settore e che consentirebbero di vivere un vero e proprio momento di partecipazione per rispondere ai bisogni dei cittadini. I registri, le procedure in attivazione e nuove modalità di selezione degli attori in campo potrebbero risultare decisivi per garantire la coesione sociale e avviare una fase di risposta ai bisogni dei cittadini che si preannuncia più difficile che mai. La sussidiarietà troverebbe una rappresentazione più che mai evidente e sarebbe l’inizio di una nuova stagione del welfare.

Inoltre, se c’è una cosa che l’isolamento nelle nostre case ha potuto suggerirci è un uso intelligente dei social network: non che prima non fosse chiaro che essi rappresentino un validissimo strumento per il coinvolgimento dei cittadini e la promozione della cosiddetta partecipazione “dal basso”, ma la triste esperienza recente ha spalancato le porte a nuovi possibili usi dei social network per la diffusione e la condivisione di buone pratiche. Da inferno delle fake news (il cui rischio è sempre dietro l’angolo) essi potrebbero rivelarsi un ottimo alleato per la ripartenza e la gestione di utili e corrette informazioni specialmente sui temi della cura della persona e tutela della salute (non deve essere sottovalutato il recente rapporto di PiT Salute di Cittadinanza Attiva che ha registrato le lamentele dei cittadini per una mancanza di corretta informazione nel 62,4% dei casi).

Un uso più consapevole dei social network dovrebbe però accompagnarsi alla consapevolezza che al momento nel Sud Italia il 41,6% delle famiglie è senza computer in casa e non ha dimestichezza con la tecnologia e quindi non possiamo dimenticare le tante persone che non possono cogliere o chiedere un aiuto perché vittime del gap culturale legato all’uso dei moderni strumenti di interazione e comunicazione. È accaduto incredibilmente con le recenti misure assunte dal Governo e dalle istituzioni territoriali: non sono poche le persone che si sono viste negare gli aiuti o peggio ancora che non hanno potuto candidarsi ai diversi bandi perché non in grado di raggiungere o essere raggiunte dalle notizie.  Tra queste persone si registra una “discreta” percentuale i giovani che segnala come questo problema non riguardi solo gli anziani.

Un sistema realmente partecipativo potrebbe porre argine a queste incredibili storture e consentirebbe di gestire con criterio e buon senso la crisi sociale alle porte.

Terzo settore ed istituzioni: una nuova stagione di collaborazione in nome del diritto alla Salute

Lo scorso dicembre, alla presenza del Ministro della Salute Roberto Speranza, veniva presentato a Roma, il “XXII Rapporto PiT Salute” realizzato da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato. Sembra passata un’era e nessuno poteva immaginare che all’orizzonte ci fosse la sfida più importante che il sistema sanitario e l’Italia dovessero affrontare dal dopo guerra ad oggi.

Il rapporto evidenzia come 1 cittadino su 3 presenti difficoltà nell’accesso alle cure e alle prestazioni del Servizio Sanitario Nazionale: nell’ambito di tale criticità il 32,2 % degli intervistati ha dichiarato che essa è legata ai costi ed alle condizioni di disagio economico, il 34,1% alle liste d’attesa per ottenere visite specialistiche (ritardi rilevanti si registrano anche nella fruizione di esami diagnostici come ecografie, risonanze magnetiche, ecodoppler ecc…). Non deve essere sottovalutato anche il dato che vede i cittadini lamentare una mancanza di corretta informazione nel 62,4% dei casi.

Un scenario così delineato al dicembre 2019 non può assolutamente farci dormire sogni tranquilli nel progettare l’Italia post-Covid19, ma deve assolutamente spingere coloro i quali sono impegnati a vario titolo nel fondamentale “territorio” del diritto alla salute ad alzare la guardia e pianificare strategie utili a rispondere all’aumentata richiesta di cure che si alzerà da fasce di popolazione sempre più colpite dal disagio economico sia dal punto di vista dell’accesso ai servizi sia dalla diffusione di corrette e semplici informazioni.

Lo studio quindi, nonostante i tanti cambiamenti allo stile di vita che seguiranno l’epidemia, non perde la sua attualità e offre alcuni spunti da cui partire per immaginare il ruolo importante che le associazioni operanti nel settore salute possano avere nel prossimo futuro.

Riguardo la diffusione di corrette informazioni le associazioni e gli enti del terzo settore potranno svolgere un importante ed utilissimo ruolo poiché anche in questo momento, in molti casi, colmano la distanza tra istituzioni sanitarie e cittadini riuscendo a raggiungere attraverso le reti di contatti e dei legami territoriali le fasce della popolazione più colpite da condizioni di disagio sociale ed economico.

Nell’Italia post epidemia da coronavirus, purtroppo probabilmente più povera, potranno e dovranno essere protagoniste tutte quelle realtà del terzo settore impegnate nel portare l’accesso alla “salute” in direzione dei cittadini offrendo consulti, visite e prestazioni mediche gratuite nelle piazze e tramite ambulatori e sportelli di medicina solidale. L’aggravarsi delle condizioni di disagio economico chiama quindi ad un ulteriore impegno ed assunzione di consapevolezza gli enti citati che potranno essere fondamentali per supportare non solo il Servizio Sanitario Nazionale, ma l’intero sistema del welfare nel reggere l’urto dei nuovi bisogni che arriveranno e gestire eventuali emergenze. In una tale ottica dovranno diventare ancora di più centrali i programmi dedicati alla prevenzione e alla promozione dei corretti stili di vita.

La stagione alle porte offrirà buoni risultati in questo senso se gli enti del terzo settore riusciranno a vivere il proprio ruolo raccordandosi con le istituzioni e rafforzando le reti: la speranza è che siano pienamente attuate la co-programmazione e la co-progettazione previste dal Codice del terzo settore con l’obiettivo di far collaborare  enti pubblici ed enti non profit per la realizzazione di attività rientranti nei settori di attività di interesse generale (che quindi non presuppongono interessi diversi e contrapposti). La salute è una di queste.

Programmando ed individuando strategie comuni con attività mirate alla soddisfazione delle diverse esigenze emergenti dai singoli territori sarà possibile offrire valide risposte ai tanti cittadini che si ritroveranno ad affrontare le difficoltà di accesso alle cure. Le iniziative ed i progetti risentiranno delle indicazioni di distanziamento sociale che saremo, probabilmente, costretti a seguire nei prossimi mesi, ma il dopo coronavirus può rappresentare un nuovo punto di partenza nella costruzione di una comunità più partecipe e collaborativa.

Riscoprirsi comunità valorizzando le piccole “grandi” realtà del non-profit

Il ruolo importante del terzo settore e nello specifico del volontariato (anche individuale e non “organizzato”) nell’affrontare l’epidemia causata dal coronavirus è stato più volte evidenziato nel corso delle ultime settimane. Sono moltissime le persone che hanno potuto continuare a beneficiare di assistenza e servizi utili grazie all’encomiabile impegno di migliaia di volontari ed operatori che si sono ritrovati a svolgere le proprie attività non di rado anche in assenza dei corretti Dispositivi di Protezione Individuale (DPI).

Se, infatti, è assolutamente necessario ricordare il sacrificio di molti medici, non dobbiamo dimenticare anche quello di diversi operatori del terzo settore colpiti dal virus nel mentre portavano il proprio contributo alla tenuta sociale della comunità.

Ancora una volta nei momenti di assoluta difficoltà il mondo del volontariato si è mostrato uno dei pilastri pronti a sorreggere la comunità ed offrire le prime risposte alla crisi, l’Italia è storicamente la culla del volontariato e non perde mai occasione per dimostrare quanto solide siano le radici in cui affondano le ragioni dell’impegno di milioni di persone.

Mai come in questo momento, con la crisi economica che seguirà il lockdown da coronavirus, ci si dovrebbe preoccupare di tutelare maggiormente questo patrimonio e questa forza cercando di non disperdere l’energia delle tante piccole realtà territoriali che hanno contribuito negli anni a realizzare un welfare di prossimità che tanti benefici ha portato alla comunità. Ogni volontario è portatore di valori e storie che raccontano di rinunce in nome del prendersi cura degli altri.  Spesso dimentichiamo che i volontari sono rappresentanti di senso laddove a volte sembrerebbe mancare. Ancora più spesso dimentichiamo che il tempo è prezioso e il dono incondizionato del proprio a una causa e alla cura della carne viva, della storia di un’altra persona è qualcosa che offre letteralmente dei corti circuiti in una società così protesa alla ricerca dell’interesse individuale e all’esclusivo profitto economico.

Perché queste considerazioni, pronunciate in altra forma e non solo oggi da molti rappresentanti della classe dirigente, non restino parole vuote sarebbe davvero opportuno iniziare a non dimenticare i “piccoli” rappresentanti di “grandi” storie. Parliamo delle piccole realtà territoriali, fuori dai grandi circuiti, dalle grandi reti perché spesso il tempo e le sole risorse che hanno sono quelle che rendono disponibili a chi vive situazioni di disagio.

Oggi ci raccontano di MES, di sussidi, di cinque per mille, di grandi compagini associative che sono un vanto per il nostro Paese, ma non possiamo e dobbiamo dimenticare chi opera in silenzio e che con la crisi economica alle porte rischia di veder mancare anche quel poco che poteva mettere a disposizione degli altri. Si rischia di perdere esperienze importanti ed irripetibili. Non tutti possono beneficiare di milioni o centinaia di migliaia di euro di cinque per mille o di rapporti con grandi ed importanti aziende e fondazioni.

Sarebbe bello iniziare a pensare ad una specie di Piano Marshall per il sociale e grazie al quale le grandi fondazioni bancarie, le grandi strutture del terzo settore, le Istituzioni ad ogni livello supportino – con poche, chiare, severe regole e linee guida – le piccole realtà del no-profit. Uscendo così, finalmente, dalle logiche competitive e di mercato che da diversi anni avvolgono il mondo del volontariato e del terzo settore in generale.

Anche questo sarebbe riscoprirsi comunità e davvero, almeno per il no-profit, non sarebbe tutto come prima.

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