“Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive” - F.Dostoevskij

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Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile: Campus Salute in prima linea

Uno degli obiettivi indicati dalle Nazioni Unite nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è “Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età” e sicuramente tale scopo è uno dei più avvincenti da perseguire.

Come ogni risultato importante anche questo potrà essere il frutto di un lavoro sinergico tra le diverse forme di aggregazione territoriale e rappresentanza istituzionale che animano le comunità: dalla più piccola alla più estesa. Questa consapevolezza è un necessario punto di partenza, soprattutto, quando si sono fissati obiettivi così ambiziosi che riguardano il genere umano e il pianeta nel suo complesso.

Le associazioni possono e devono svolgere un importante lavoro di raccordo tra le istituzioni e gli organismi nazionali e sovranazionali che si dedicano della realizzazione delle attività utili al raggiungimento degli obiettivi indicati dall’Agenda 2030. Molti cittadini ignorano il documento e la strategia elaborata dalle Nazioni Unite e diventa così difficile il loro coinvolgimento diretto nelle azioni concrete che possono, giorno dopo giorno, avvicinarci al perseguimento dei risultati auspicati.

Le associazioni e tutti gli enti del terzo settore in generale, grazie alla loro presenza capillare nelle comunità, del loro dialogo costante con le istituzioni e delle proprie numerose attività quotidiane possono davvero incidere e recitare un ruolo fondamentale per la realizzazione dell’Agenda 2030 e del coinvolgimento attivo delle persone.

Campus Salute Onlus è impegnata da anni nella diffusione della cultura della prevenzione in modo da far crescere nella comunità la consapevolezza del valore dei corretti stili di vita e, soprattutto, di come lo stato di buona salute sia il frutto dell’applicazione di pochi, ma fondamentali principi di cautela ed attenzione volte a tutelarci dall’insorgere di numerose patologie. Il valore simbolico, ma anche pratico avendo non di rado contribuito ad aiutare numerose persone ad accorgersi di seri rischi in corso per la propria salute, della proposta a migliaia di cittadini di controlli medici gratuiti, di momenti di formazione ed informazione, di campagne per la salute maschile e femminile, il dialogo costante col mondo della ricerca, l’impegno per il contrasto all’obesità ed il consumo nocivo di alcol, rappresentano solo alcune delle attività che collocano l’associazione in linea con lo spirito auspicato dalle Nazioni Unite. Non si deve dimenticare l’impegno a lavorare in sinergia con le istituzioni e le tante realtà dei territori incontrate nel corso di un decennio, così come risulta impossibile ignorare il coinvolgimento fondamentale di tanti volontari (soprattutto giovani) appartenenti non solo al mondo della medicina, ma provenienti da diversi percorsi formativi, culturali e sociali.

Da settembre 2019 l’impegno per il perseguimento degli obiettivi indicati dall’Agenda 2030 è diventato “ufficiale” essendo Campus Salute ONLUS una dei partner ufficiali della Cattedra Unesco dell’Università Federico II di Napoli “Educazione alla salute ed allo sviluppo sostenibile” diretta dalla Prof.ssa Annamaria Colao: sono già diversi i progetti che vedono affinare le metodologie per favorire l’attuazione di azioni di contrasto all’obesità, di prevenzione delle malattie infettive – specialmente del virus dell’HIV tra gli adolescenti – e della diffusione della medicina di genere.

Gli obiettivi sono ambiziosi e Campus Salute è una delle tante importanti associazioni che possono lavorare e fare rete, ma come si suol dire “ogni lungo viaggio comincia con il primo passo” e la sfida da vincere nella prossima decade entra ora nel vivo, può essere utile conoscere (direttamente dal sito internet delle Nazioni Unite)  un po’ più da vicino le considerazioni alla base dell’obiettivo 3 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile “Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età”:

Per raggiungere lo sviluppo sostenibile è fondamentale garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età. Sono stati fatti grandi progressi per quanto riguarda l’aumento dell’aspettativa di vita e la riduzione di alcune delle cause di morte più comuni legate alla mortalità infantile e materna. Sono stati compiuti significativi progressi nell’accesso all’acqua pulita e all’igiene, nella riduzione della malaria, della tubercolosi, della poliomielite e della diffusione dell’HIV/AIDS. Nonostante ciò, sono necessari molti altri sforzi per sradicare completamente un’ampia varietà di malattie e affrontare numerose e diverse questioni relative alla salute, siano esse recenti o persistenti nel tempo.

Fatti e cifre

  1. Salute infantile
  • Ogni giorno muoiono 17.000 bambini in meno rispetto al 1990; tuttavia, ogni anno continuano a morire più di sei milioni di bambini prima del compimento del quinto anno d’età
  • Dal 2000, i vaccini contro il morbillo hanno prevenuto quasi 15,6 milioni di morti.
  • Nonostante decisi progressi a livello globale, una porzione crescente delle morti infantili avviene in Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Quattro su cinque morti infantili avvengono in queste regioni
  • I bambini nati in situazioni di povertà hanno quasi il doppio delle probabilità di morire prima del compimento del quinto anno d’età rispetto ai bambini nati nelle famiglie più ricche
  • I figli di madri istruite – anche di coloro che hanno completato soltanto la scuola primaria – hanno più probabilità di sopravvivere rispetto ai figli di madri senza alcuna istruzione.
  1. Salute materna
  • La mortalità materna si è ridotta di quasi il 50% dal 1990
  • In Asia orientale, nel Nordafrica e nell’Asia meridionale, la mortalità materna si è ridotta di circa due terzi
  • Tuttavia, il tasso di mortalità materna – ovvero la proporzione di madri che non sopravvivono al parto rispetto alle madri che invece sopravvivono – nelle regioni in via di sviluppo è ancora oggi 14 volte maggiore rispetto al tasso di mortalità materna delle regioni sviluppate
  • Un numero maggiore di donne sta ricevendo assistenza prenatale. Nelle zone in via di sviluppo, l’assistenza prenatale è aumentata dal 65% nel 1990 all’83% nel 2012
  • Solo la metà delle donne che vivono nelle zone in via di sviluppo riceve la quantità raccomandata di assistenza medica di cui ha bisogno
  • Sempre meno adolescenti hanno figli nella maggior parte delle regioni in via sviluppo, ma i progressi hanno conosciuto un rallentamento. Il grande incremento nell’uso dei metodi anticoncezionali che ha caratterizzato gli anni ’90 non è stato replicato nella prima decade del 2000
  • Lentamente, la richiesta di pianificazione familiare viene soddisfatta per un numero crescente di donne, ma la domanda sta aumentando rapidamente.
  1. HIV/AIDS, malaria e altre malattie
  • Alla fine del 2014, 13,6 milioni di persone avevano accesso a terapie antiretrovirali
  • Nel 2013 sono esplose 2,1 milioni di nuove infezioni da HIV, il 38% in meno rispetto al 2001
  • Alla fine del 2013, 35 milioni di persone vivevano con il virus dell’HIV
  • Nello stesso anno, 240.000 bambini sono stati infettati dal virus dell’HIV
  • Le nuove infezioni da HIV tra i bambini sono diminuite del 58% dal 2001
  • A livello mondiale, gli adolescenti e le giovani donne sono vittime di disuguaglianze, esclusione, discriminazione e violenza per motivi di genere, il che li espone ad un maggior rischio di contrarre l’HIV
  • L’HIV è la causa principale di morte tra le donne in età riproduttiva in tutto il mondo
  • Le morti da tubercolosi tra le persone che vivono con il virus dell’HIV è diminuita del 36% dal 2004
  • Nel 2013 si sono registrate 250.000 nuove infezioni da HIV tra gli adolescenti, due terzi delle quali hanno colpito le ragazze
  • L’AIDS è oggi la principale causa di morte tra gli adolescenti (dai 10 ai 19 anni) in Africa e la seconda causa più comune di morte tra gli adolescenti a livello mondiale
  • In molti luoghi, non viene rispettato il diritto delle adolescenti all’intimità e all’autonomia del proprio corpo; molte dichiarano che la loro prima esperienza sessuale è stata forzata
  • Nel 2013, 2,1 milioni di adolescenti vivevano con il virus dell’HIV
  • Tra il 2000 e il 2015, sono state evitate più di 6,2 milioni di morti per malaria, principalmente in bambini con età inferiore ai 5 anni in Africa subsahariana. Il tasso globale di incidenza della malaria si è ridotto del 37% e il tasso di mortalità del 58%
  • Tra il 2000 e il 2013 gli interventi di prevenzione, di diagnosi e di trattamento della tubercolosi hanno salvato 37 milioni di vite. Il tasso di mortalità da tubercolosi si è ridotto del 45% e il tasso di prevalenza del 41% tra il 1990 e il 2013.

Traguardi

3.1     Entro il 2030, ridurre il tasso di mortalità materna globale a meno di 70 per ogni 100.000 bambini nati vivi

3.2     Entro il 2030, porre fine alle morti prevenibili di neonati e bambini sotto i 5 anni di età.  Tutti i paesi dovranno cercare di ridurre la mortalità neonatale ad almeno 12 per ogni 1.000 bambini nati vivi e la mortalità dei bambini sotto i 5 anni di età ad almeno 25 per 1.000 bambini nati vivi

3.3     Entro il 2030, porre fine alle epidemie di AIDS, tubercolosi, malaria e malattie tropicali trascurate; combattere l’epatite, le malattie di origine idrica e le altre malattie trasmissibili

3.4     Entro il 2030, ridurre di un terzo la mortalità prematura da malattie non trasmissibili attraverso la prevenzione e il trattamento e promuovere benessere e salute mentale

3.5     Rafforzare la prevenzione e il trattamento di abuso di sostanze, tra cui l’abuso di stupefacenti e il consumo nocivo di alcol

3.6     Entro il 2020, dimezzare il numero globale di morti e feriti a seguito di incidenti stradali

3.7     Entro il 2030, garantire l’accesso universale ai servizi di assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva, inclusa la pianificazione familiare, l’informazione, l’educazione e l’integrazione della salute riproduttiva nelle strategie e nei programmi nazionali

3.8     Conseguire una copertura sanitaria universale, compresa la protezione da rischi finanziari, l’accesso ai servizi essenziali di assistenza sanitaria di qualità e l’accesso sicuro, efficace, di qualità e a prezzi accessibili a medicinali di base e vaccini per tutti

3.9     Entro il 2030, ridurre sostanzialmente il numero di decessi e malattie da sostanze chimiche pericolose e da contaminazione e inquinamento dell’aria, delle acque e del suolo

3.a     Rafforzare l’attuazione del Quadro Normativo della Convenzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sul Controllo del Tabacco in modo appropriato in tutti i paesi

3.b     Sostenere la ricerca e lo sviluppo di vaccini e farmaci per le malattie trasmissibili e non trasmissibili che colpiscono soprattutto i paesi in via di sviluppo; fornire l’accesso a farmaci e vaccini essenziali ed economici, in conformità alla Dichiarazione di Doha sull’Accordo TRIPS e la Sanità Pubblica, che afferma il diritto dei paesi in via di sviluppo ad utilizzare appieno le disposizioni dell’Accordo sugli Aspetti Commerciali dei Diritti di Proprietà Intellettuali contenenti le cosiddette “flessibilità” per proteggere la sanità pubblica e, in particolare, fornire l’accesso a farmaci per tutti

3.c     Aumentare considerevolmente i fondi destinati alla sanità e alla selezione, formazione, sviluppo e mantenimento del personale sanitario nei paesi in via di sviluppo, specialmente nei meno sviluppati e nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo

3.d     Rafforzare la capacità di tutti i Paesi, sopratutto dei Paesi in via di sviluppo, di segnalare in anticipo, ridurre e gestire i rischi legati alla salute, sia a livello nazionale che globale

Fonte: https://unric.org/it/obiettivo-3-assicurare-la-salute-e-il-benessere-per-tutti-e-per-tutte-le-eta/

Agenda 2030: il ruolo chiave del Terzo Settore

Dieci anni.
Mancano esattamente dieci anni al 2030 indicato quale anno di riferimento per l’espletamento di tutti gli obiettivi individuati dall’ONU e da tutti i Paesi sottoscrittori dell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile
Il documento rappresenta una vera e propria road-map per le Nazioni ed i cittadini per provare a costruire una comunità più aperta, inclusiva, solidale e vivibile.
Le recenti manifestazioni promosse a difesa dell’ambiente hanno sicuramente aumentato la platea dei cittadini desiderosi di confrontarsi con la questione dello sviluppo sostenibile, tuttavia troppo spesso essa viene concepita come legata esclusivamente alle attività relative alla tutela della natura.
Sicuramente uno sviluppo realmente sostenibile esprime come conseguenza un ambiente salubre, ma per raggiungere l’ambizioso obiettivo dell’Agenda 2030 sono stati individuati 17 obiettivi che, evidentemente, invitano ogni parte della comunità a svolgere il proprio compito. Essi sono:

Obiettivo 1: Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo
Obiettivo 2: Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile
Obiettivo 3: Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età
Obiettivo 4: Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti
Obiettivo 5: Raggiungere l’uguaglianza di genere, per l’empowerment di tutte le donne e le ragazze
Obiettivo 6: Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico sanitarie
Obiettivo 7: Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni
Obiettivo 8: Incentivare una crescita economica, duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti
Obiettivo 9: Costruire una infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile
Obiettivo 10: Ridurre le disuguaglianze all’interno e fra le Nazioni
Obiettivo 11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili
Obiettivo 12: Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo
Obiettivo 13: Adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le sue conseguenze
Obiettivo 14: Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile
Obiettivo 15: Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, e fermare la perdita di diversità biologica
Obiettivo 16: Promuovere società pacifiche e più inclusive per uno sviluppo sostenibile; offrire l’accesso alla giustizia per tutti e creare organismi
Obiettivo 17: Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile

È chiaro che tali ambiziosi ed importanti obiettivi richiamano il terzo settore nella sua interezza ad assumersi le proprie responsabilità e a recitare un ruolo da protagonista.
Se concepiamo, infatti, l’Agenda 2030, come la “chiamata alla partecipazione” di tutti i cittadini, allora non possiamo non considerare come proprio il terzo settore sia il laboratorio per antonomasia dove quotidianamente maturano e si sviluppano molte delle risposte e delle strategie utili al conseguimento degli obiettivi prefissati.
A distanza di quattro anni dall’avvio ufficiale delle iniziative legate alla realizzazione dell’Agenda 2030 è opportuno ricordare come sia stato proprio il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in alcuni suoi ultimi interventi a ribadire il ruolo fondamentale che la cosiddetta “people action” (unitamente alla “global action” e alla “local action”) può avere per generare processi e movimenti di pressione decisivi per spingere i decisori politici ad adottare ed emanare leggi e regolamenti in linea con gli scopi da raggiungere.
La partecipazione dei cittadini ed il ruolo del terzo settore non può esaurirsi pertanto in un movimentismo che avrebbe il rischio d’ingenerare solo un’adesione acritica e mediatica figlia delle mode del momento, ma deve favorire processi di consapevolezza all’interno delle comunità in grado di spingere ed ispirare i singoli gruppi di cittadini ad impegnarsi, anche individualmente, per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030.
In altre parole: è nella capacità di fare rete del terzo settore in ogni sua forma, nonostante tutte le difficoltà ed egoismi del caso, che possiamo trovare una delle strade fondamentali per arrivare ai risultati auspicati entro questa importante ed avvincente decade appena iniziata.

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Nel 2020 pensare il terzo settore come strumento per il futuro della nostra comunità nazionale

Gli ultimi giorni dell’anno diventano in modo inevitabile un’occasione di riflessione sulle cose accadute e su quelle che potrebbero sopraggiungere. La situazione italiana offre sempre spunti di riflessione per coloro i quali hanno ancora voglia di provare a dare il proprio contributo.

Si avverte sempre più la mancanza di una visione organica della nostra comunità: la classe dirigente, non solo politica, pare essere sempre meno consapevole del proprio ruolo e troppo presa ad affrontare singole questioni – spesso mediatiche ed autoreferenziali – legate al presente e poco incline a sviluppare e una strategia globale per il futuro.Non c’è in queste parole una nostalgia del tempo perduto delle ideologie, ma il desiderio di una nuova stagione delle idee. Specialmente di quelle che diventano azioni in grado di determinare in positivo il futuro della nostra comunità nazionale.

Senza idee non è possibile individuare e perseguire strategie ad ogni livello: dalla geopolitica, alla politica interna per arrivare alle politiche sociali e ai tanti altri settori che riguardano la vita di ogni singolo cittadino.

Sarebbe importante recuperare anche la consapevolezza dell’importanza delle parole che si pronunciano, non in nome una coerenza estrema che può anche rivelarsi dannosa (solo gli stupidi non cambiano idea), ma per delineare profili e comportamenti di serietà che troppo spesso mancano nel vivere quotidiano.

Senza voler richiamare le tante prove negative offerte su questo tema dal teatrino quotidiano di nuovi e vecchi leader politici, potremmo guardare al mondo del terzo settore e al crollo di fiducia da parte dei cittadini che si è registrato nell’ultimo anno, nonostante le numerose quotidiane testimonianze positive.

Anche il terzo settore è troppo spesso ostaggio di una retorica buonista ed autoreferenziale che non lascia spazio a serie riforme in grado di aiutare concretamente il mondo del volontariato ad esprimere pienamente il grande potenziale costituito dalle migliaia di piccole associazioni ed enti presenti sul territorio.

Il rischio è che anche in quest’ambito prevalgano sempre di più interessi di parte e di mercato nascosti da motivazioni ideologiche o peggio ancora ammantate da retoriche buoniste che non saranno in grado di proiettarci verso il futuro con un serio welfare partecipato al passo coi tempi e con le necessità ed i bisogni dei cittadini.

Terzo settore che può e deve essere consapevole del ruolo decisivo che ricopre ad ogni livello per vincere la sfida della concretezza per la coesione della comunità nazionale, la formazione delle giovani generazioni, il sostegno alle persone in difficoltà e i rapporti internazionali del nostro Paese.

Indubbiamente occorre coraggio, ma non è più il tempo in cui alle parole non seguano atteggiamenti seri e coerenti. Tutti, nel 2020 alle porte, dovremmo sforzarci di fare la propria parte e ripartire dalle idee e dalle azioni.

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Partecipazione giovanile: passione, consapevolezza e responsabilità

Sono giornate importanti per la “partecipazione”, non sono poche le manifestazioni e le iniziative promosse per discuterne e favorirla.

Parallelamente si avverte forte l’esigenza di promuoverla tra i giovani al fine di supportarli nel loro percorso d’inclusione nei processi decisionali delle comunità e nel saper cogliere le opportunità di crescita culturale e professionale che le istituzioni offrono a vari livelli.

Molti giovani, grazie soprattutto anche al variegato mondo del terzo settore, raccolgono questa sfida spinti da passione ed entusiasmo, ma sarebbe opportuno riflettere sul ruolo che una classe dirigente degna di questa nome debba svolgere nel confronto con questa realtà.

Non ci si può più sottrarre alla sfida del coinvolgimento dei giovani in percorsi di partecipazione che provino a raggiungere il giusto equilibrio tra passione, consapevolezza e responsabilità.

Queste ultime sono fondamentali per raggiungere risultati durevoli ed in grado di lasciare un segno tangibile nella vita degli attori coinvolti.

Non è più il tempo di limitarsi ad invitare i giovani a partecipare in modo generico o proporre loro opportunità in modo quasi sconnesso dai contesti in cui essi si formano e vivono le proprie esperienze quotidiane.

Occorre, al contrario, offrire loro la possibilità di acquisire consapevolezza del reale ruolo degli strumenti di partecipazione che le istituzioni democratiche hanno saputo elaborare e, conseguentemente, ad avere responsabilità del proprio compito all’interno di tali percorsi spingendoli a lavorare su temi e contenuti adeguati alle diverse situazioni.

Ad esempio: come dovrebbero funzionare i forum comunali?
Quale il loro ruolo reale oltre l’organizzazione di momento ludici?

Non raccogliere tale sfida aumenterebbe il rischio di vedere sprecata (tranne rare eccezioni) la forza vitale della passione giovanile in tante iniziative incapaci di produrre reale cambiamento e partecipazione nella comunità.

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La difficile stagione del volontariato

Non sarà un cambio di governo (in realtà di parte della maggioranza) a rilanciare la fiducia nel terzo settore. Certo le “agende, i buoni propositi e le linee programmatiche” rappresentano sempre un punto di partenza, ma restano spesso lettera morta perché legate di frequente solo alla narrazione ed alla rappresentazione che si vuole consegnare al Paese della propria esperienza politica.

Come sempre contano i fatti, le applicazioni delle leggi e la realtà quotidiana di ogni cittadino che, nonostante i propri rappresentanti, si ritrova a vivere circostanze e situazioni a volte diverse da ciò che il legislatore ha in mente quando promulga una legge o un regolamento.

Se una parte del terzo settore (quella che trova più spazio nei circuiti mediatici) insiste con le narrazioni assolutorie e lontane dalla realtà non può recuperare la fiducia che gli italiani, i giovani soprattutto, hanno smarrito nei suoi confronti. Se continua ad adagiarsi solo ed esclusivamente su elementi divisivi e ideologici, anziché contribuire al consolidamento di legami solidali tra i cittadini finirà solo per acuire le distanze.

A risentirne sarà maggiormente il volontariato – vera grande anima del terzo settore – che si prepara a vivere una lunga stagione in cui dovrà recuperare la credibilità perduta sin dal momento in cui, dagli operatori del terzo settore fino ad arrivare ai decisori politici, é stato considerato solo come un ulteriore “pezzo” da utilizzare per il profitto economico e politico a scapito dello spirito sincero di solidarietà che anima migliaia di volontari.

Un esempio banale, conosciuto da tutti, ma che spesso viene letteralmente ignorato per convenienza: quante sono le associazioni nate sui territori per fare semplicemente clientelismo? Provate a chiederlo ai tanti volontari, progettisti ed operatori che giorno dopo giorno vedono mortificato il proprio impegno da scelte di piccole e grandi amministrazioni che, pur nella legittimità e nell’esercizio del proprio mandato, per motivi ideologici e anche d’incompetenza scelgono di finanziare progetti ed iniziative che non hanno ricadute, rispondono a pregiudizi ideologici o, peggio ancora, nemmeno vengono realizzati.

Sotto questi ed altri colpi la fiducia è crollata ed il primo a risentirne è stato proprio il volontariato. Da sempre per ripartire e recuperare il tempo perduto non occorre fare voli pindarici o affidarsi ai massimi sistemi, basta guardarsi dentro. La storia non aspetta i ritardatari.

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Dalla crisi al futuro, le occasioni da cogliere dal non profit

La crisi di governo è stata accolta con un moderato entusiasmo da una parte del terzo settore che nei mesi legislatura guidata dalla maggioranza gialloverde più di tutti si è sentita, per così dire delegittimata, dalle politiche. Inutile nasconderlo. Le polemiche con i due vice-premier Salvini e Di Maio, rispettivamente Ministro dell’Interno e Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, sono state pressoché quotidiane.

Tuttavia questo moderato entusiasmo di chi ora spera in una nuova visione governativa rispetto a certi temi, un ritorno al passato per certi versi, rischia però di alimentare ulteriori divisioni e diffidenza e spaccare il terzo settore.

Piaccia o meno, al di là dalle legittime posizioni politiche di ciascuno, il mondo è cambiato a prescindere da Salvini e Di Maio: non è loro la colpa se il mondo delle ONG e più in generale del terzo settore (specialmente il volontariato) siano percepiti in modo negativo e come una semplice fetta di gestione clientelare ed ideologica.

Sono tanti, troppi gli errori del presente e del passato che hanno spinto parte degli italiani a questa considerazione e si badi bene che a questa fetta di popolazione appartengono numerosissimi operatori del terzo settore cresciuti proprio nel mondo che ora auspica un cambio di paradigma governativo senza fare davvero i conti con il proprio passato anche recente. Troppe le conventicole che hanno imposto la propria forza e le proprie relazioni in modo acritico emarginando spesso la parte sana degli attori del non profit.

Sarebbe auspicabile superare logiche di parte che penalizzano tutti, soprattutto le strutture minori che sono la vera spina dorsale della sussidiarietà italiana (non dell’assistenzialismo), e avviare – dopo la Riforma – anche un cambio di passo culturale nel mondo del non profit.

Dei metodi e delle applicazioni di alcune idee si può dibattere, ma senza chiarezza e analisi critica si rischia di perdere seriamente di vista i reali principi ispiratori che hanno reso l’Italia storicamente la patria del terzo settore e con essi la credibilità che tale mondo ancora vanta.

Occorre saper guardare avanti con serietà soprattutto perché il prossimo Governo (qualsiasi esso sia) dovrà ultimare la Riforma del Terzo Settore e sono diversi i provvedimenti in attesa di essere approvati o affrontati nel dettaglio non solo rispetto al nuovo schema legislativo: l’aumento dei fondi per il servizio civile, la gestione degli enti ai sensi della Riforma, il ruolo della certificazione e delle competenze per i volontari. Per parte nostra continueremo a chiedere ai decisori politici provvedimenti che supportino le piccole e medie organizzazioni del terzo settore le cui attività sono realmente decisive per la coesione sociale e procedono spesso in assenza delle istituzioni tra mille sacrifici personali: la compensazione dell’IVA per gli enti non commerciali e la stipula di protocolli d’intesa con gli istituti bancari che possano dare credito alle numerose realtà territoriali per far partire progetti ed attività importanti per i cittadini sarebbero degli ottimi segnali.

Una nuova stagione è già cominciata, non rincorriamo le divisioni del passato, ma accettiamo la sfida del cambiamento riconoscendo gli errori fatti e avviandoci nel futuro.

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Terzo settore: lavorare insieme per riscoprirne il significato e valorizzarne i risultati

Mai come negli ultimi mesi il terzo settore sembra essere tra gli argomenti principali del dibattito pubblico

Dall’attesa dei decreti e delle circolari esplicative della Riforma passando per diversi casi di cronaca fino ad arrivare alle polemiche politiche, ogni settimana il terzo settore assume uno spazio significativo e impegna gli addetti ai lavori ed i cittadini in confronti più o meno pacati circa il ruolo che esso svolge per il nostro Paese.

Recentemente il Ministro Di Maio, spinto da alcuni fatti di cronaca, ha espresso un pensiero molto chiaro “Questi scandali sempre più spesso accadono quando lo Stato si ritira dando spazio a imprese, cooperative, Onlus magari politicamente o ideologicamente vicine, con una esternalizzazione o peggio privatizzazione dei servizi pubblici. Questo processo lo abbiamo già visto in diversi casi”. Tale osservazione ha, naturalmente, mobilitato la risposta di numerosi rappresentanti del terzo settore che hanno fatto notare come da sempre proprio dal variegato mondo del non profit siano arrivate richieste di maggiori controlli e applicazione delle regole in nome della trasparenza.

Pur condividendo nel merito la risposta al Ministro Di Maio ed il conseguente invito a non generalizzare, bisognerebbe pur considerare che, probabilmente, questo momento storico può essere vissuto come una grande opportunità in termini di consapevolezza e rilancio per tutto il mondo del terzo settore. Non è solo “colpa” della politica o delle “pecore nere” dell’universo non profit se gli italiani tendano a fidarsi sempre meno del terzo settore nonostante gli sforzi quotidiani immensi di tante piccole realtà sui territori. Spesso l’approccio ideologico ha davvero viziato alcune attività facendo venire meno l’applicazione del principio di sussidiarietà in modo chiaro e compiuto e con la persona ed i suoi bisogni al centro del proprio operato.

Sicuramente la presenza di regole certe e di controlli rigidi potrà aiutare, ma occorre una grande operazione nazionale di rilancio del nostro mondo. Una nuova narrazione non viziata dalle amicizie politiche o di comodo, ma ancorata al reale e mossa dalla volontà di dare davvero voce a ogni latitudine al grande impegno dei tantissimi operatori seri del terzo settore.

Un vero e proprio cambio di paradigma non più procrastinabile. Uno studio evidenziato da Eurostat ha acceso un ulteriore campanello d’allarme: in una speciale classifica venuta fuori da una più vasta indagine EU SILC sulla partecipazione e l’integrazione sociale, l’Italia è la nazione europea con la percentuale più alta di persone che affermano di non avere nessuno a cui rivolgersi in caso di necessità (il 13.2 % del campione intervistato che sale al 17% se consideriamo le persone con basso livello d’istruzione).

Sicuramente, come mostra anche lo studio, su tali percentuali influiscono anche il livello d’istruzione ed il reddito personale, ma non possiamo pensare che il crollo di fiducia verso il non profit sia totalmente estraneo all’esito di questa indagine. Tutto questo accade nonostante la realtà di tanti esempi virtuosi realmente vicini ai cittadini.

Lo studio appena citato mette anche in evidenza dei dati sulla partecipazione che trovano riscontro in numerose altre indagini più recenti: si fa strada un’idea d’impegno sociale individuale vissuto al di fuori di strutture organizzate ed impegnate in nome di un obiettivo chiaro. I Paesi del Nord su questo sono capofila, ma in Italia c’è, ormai, una sostanziale parità tra la percentuale di coloro che s’impegnano in modo non formale e quelli attivi in strutture organizzate. Non è necessariamente un male, ma sicuramente ciò offre uno spunto di riflessione ulteriore circa la percezione del valore d’impegnarsi in comunità per finalità più alte ed importanti. Tanto più che a livelli assoluti l’Italia, da questa indagine, risulta essere non ai primi posti per l’impegno nel volontariato e più in generale nella partecipazione sociale (rispettivamente 17mo posto per numero di cittadini attivi in strutture organizzate e 22mo posto per cittadini operativi in modo individuale).

Non possiamo fingere che nulla sia accaduto nel Paese negli ultimi anni e continuare a pensare che i problemi e le colpe siano sempre e solo frutto delle azioni e le scelte di una parte.

Se c’è una cosa che il terzo settore insegna, in particolar modo il volontariato, è la possibilità di raggiungere grandi obiettivi lavorando con coesione e spirito di sacrificio in nome di valori condivisi in grado di mettere da parte le differenze poiché ciò che conta è risolvere i problemi. Pertanto, più che continuare in uno sterile teatrino di scambi reciproci di accuse e responsabilità è, probabilmente, giunto il tempo di andare oltre le divisioni e iniziare a lavorare insieme per ricostruire, oltre ogni forma e tossina ideologica, il senso di appartenenza a una comunità che ha sempre avuto nella solidarietà una delle sue stelle polari.

Fonte: Dati Eurostat

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Fiducia e credibilità: il futuro del terzo settore oltre i sondaggi

La vicenda della “Sea watch” e dello scontro dei due “Capitani”, Carola Rackete ed il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, ha offerto la possibilità ad Ipsos di verificare la fiducia da parte degli italiani nei confronti non solo delle ONG, ma di tutto il terzo settore

Rilevando il crollo di fiducia generalizzato nei confronti delle ONG, Pagnoncelli è andato oltre e, come riportato dal Corriere della Sera lo scorso 6 luglio, evidenziava come <<… a ciò si aggiunge il crollo di fiducia nei confronti delle organizzazioni non profit, che passa dall’80% del 2010 al 39% odierno. Il discredito colpisce duramente un intero settore che non comprende solo le ong impegnate nei soccorsi in mare e nell’accoglienza dei migranti, ma rappresenta oltre 340mila realtà che operano nei settori più disparati, dai servizi alla persona (infanzia, anziani, disabili, ecc.) alla cultura, dallo sport alla cooperazione internazionale>>.Ad offrire subito una risposta ed un contributo alla riflessione nel merito, avviatasi in vero già da qualche tempo, ha provveduto Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore dalle pagine di Corriere Buone Notizie.La portavoce del principale ente rappresentativo del mondo del terzo settore, ritenendo che quanto evidenziato da Pagnoncelli sia da riferirsi alla narrazione negativa che si è affermata in merito all’azione delle ONG, invita giustamente anche a guardare alla fotografia che ci ha presentato recentemente l’ISTAT: è in crescita << l’iniziativa civica organizzata dei cittadini italiani>>.Non solo, Claudia Fiaschi ha ribadito quanto siano in crescita gli italiani che scelgono di donare il 5X1000 ad enti no-profit (siamo arrivati a 10 milioni).

Tutto vero e non sarebbe possibile essere in contraddizione con la portavoce del Forum Nazionale, però in un periodo nel quale è in pieno svolgimento l’attuazione della Riforma del terzo settore occorre porsi qualche domanda sul perché una parte consistente d’Italiani guardi con non più totale fiducia al mondo del non profit.Diviene ancora più importante nel momento in cui da più parti, tra gli estensori della Riforma, si richiede ai protagonisti del terzo settore di maturare e prendere consapevolezza della forza “economica” e dell’incidenza sul PIL che essi rappresentano.

Se è vero che occorre guardare avanti senza paura di smarrire l’identità del no-profit in un mondo che cambia, risulta altrettanto vero evitare di puntare ad una narrazione che abbia il suo cardine nell’economico considerando che gran parte dell’anima del terzo settore risiede in una spinta emotiva e volontaristica verso l’altro e la società.

Non possiamo dimenticarlo.I giorni che viviamo devono diventare importanti non solo sotto l’aspetto legislativo e regolativo per un parte di Paese che attendeva da anni un quadro normativo chiaro e organizzato, ma anche per fare i conti con tutti quegli equivoci del non profit che hanno contribuito a portare una parte della comunità a non guardarlo con la fiducia pressoché totale di un tempo.

Sicuramente è alta e diffusa la sete di partecipazione, ma nasce dalla crisi che proprio il mondo della politica e della stessa società civile stanno attraversando. Non è un caso che gran parte dei giovani, da sempre spinta propulsiva di ogni comunità, vivano il mondo del volontariato con meno fiducia rispetto al reale impatto che esso potrebbe avere e sopratutto non lo sentano più come un’avventura comunitaria, ma solo come esperienza individuale. Al più utile per sviluppare soft skill.

Occorre guardare negli occhi i problemi: quanti sono gli scandali o le condotte poco chiare che vedono come protagonisti gli enti del non profit? Sarebbe superfluo citare alcuni recenti ed inquietanti fatti di cronaca.

Il terzo settore può contribuire a rilanciare la coesione sociale ed offrirle solide fondamenta poiché è nei fatti il primo ed anche ultimo spazio in cui una persona esprime e vive il proprio credo valoriale, ma non può diventare un mero fortino clientelare ed ideologico perché viene vuotato della forza propulsiva che gli deriva dall’esercizio libero ed immediato delle proprie idee e dei propri ideali.

Sono troppe, al contrario, le conventicole che hanno strumentalizzato il mondo del non profit trascinandolo a turno nelle lotte di potere e negli scontri politici per occupare spazi e gestione della solidarietà.

C’è bisogno di grandi atti di coraggio per organizzare la speranza che viene dalla vasta e disinteressata voglia dei singoli volontari e protagonisti del mondo del terzo settore di mettersi al servizio del prossimo e della propria comunità.

Nonostante i numeri siano ancora positivi e la base di volontari sia molto ampia, non possiamo lasciare inascoltato il segnale che arriva dal basso e dalla comunità profonda (colto anche dal sondaggio di Pagnoncelli): è alta la paura di offrire il proprio tempo a strutture organizzate poiché timorosi che queste siano solo intente a gestire fette di potere senza agire concretamente per il cambiamento sbandierato.

Cogliamo dunque la sfida ed impegniamoci a liberare il terzo settore dalle ideologie, rendendolo spazio autentico di crescita, libertà, confronto e soprattutto azione.

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Educare al bene: raccontare il terzo settore ed esempi positivi per il futuro della comunità

Ogni giorno da più parti, nell’epoca del quasi totale predominio del sistema mediatico, ci raggiungono notizie di scandali, attacchi personali e di apparato, cronaca nera, mentre le belle storie piene di valori positivi sembrano essere rare e comunque prive del cosiddetto “appeal” delle notizie importanti che le renderebbe meritevoli di attenzioni e delle prime pagine.
Numerose volte questa osservazione è stata fatta, anche da autorevoli osservatori e commentatori, eppure nel momento in cui viviamo tempi in cui un giovane su tre non comprende ciò che legge ed in cui è ormai regola la sfiducia nel mondo delle istituzioni forse potrebbe essere arrivato il momento di cominciare ad individuare nuove strade da percorrere per ribaltare il tavolo e migliorare il corso delle cose.
È importante per il futuro della nostra comunità.
Tante volte, ormai troppe, ci si è persi in discussioni e ragionamenti sterili viziati il più delle volte da un approccio ideologico senza mai provare ad ascoltare davvero i problemi che arrivavano dalla nostra comunità in progressivo deterioramento e livellamento verso il basso.
È tempo di un patto generazionale ed interprofessionale che preveda la valorizzazione delle innumerevoli esperienze quotidiane positive che restano sempre ai margini delle narrazioni, lo stimolare al dono ed al volontariato i giovani ed in generale ricollocare ai vertici del vivere in comunità la bellezza dell’educazione.
Immaginiamo percorsi educativi realmente sinergici e forti tra istituzioni e terzo settore, portiamo i nostri giovani nei luoghi del dolore e del sacrificio. Non cediamo alla tentazione del mediatico e delle narrazioni utili solo a fare audience, ma prive di fondamento educativo e pronte a tornare al loro reale valore quando le luci della ribalta si spengono.
Ripristiniamo il rispetto delle regole, del buon senso, del limite e dell’autorità.
Non è più possibile accettare, senza colpo ferire, che l’unico metro assoluto di valutazione sia il soddisfacimento individuale pieno e totale perché in questo modo è a rischio la tenuta dell’intera comunità.
La realtà bussa alla porta e non concede sconti.
Dovrebbero saperlo bene proprio i sacerdoti ed i seguaci dell’individualismo che da sempre sono concentrati a “risparmiare” sul conto da pagare poiché consapevoli del fatto che prima o poi arrivi.

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Terzo Settore per la crescita: un’opportunità da cogliere

In materia di terzo settore sono due le notizie che segnalerei con maggiore attenzione (in attesa del varo definitivo dei decreti attuativi a completamento della riforma avviata ormai nel lontano 2017): un’intervista al Presidente del CNEL Tiziano Treu e la pubblicazione dei risultati della ricerca di JOB4Good sul lavoratore tipo del terzo settore.
Esse rappresentano due ottimi spunti di partenza per avviare un ragionamento su come il terzo settore sia indubbiamente una grande occasione di crescita per il Paese, ma sia anche la fotografia di quanto – inutile ripeterlo – questa nostra nazione abbia due volti tra Nord e Sud.
Circa le idee espresse dal già Ministro del Lavoro penso sia opportuno fare un’osservazione: nell’intervista il presidente del CNEL si mostra entusiasta di come grazie alla diffusione delle imprese sociali e al loro guadagnare spazio sul mercato del lavoro il no-profit stia influenzando culturalmente il profit portandolo ad un avere una maggiore attenzione ai risvolti sociali delle attività aziendali. Senza dubbio questo è un merito, ma non sarebbe auspicabile focalizzare l’importanza del terzo settore al solo crescere del numero delle imprese sociali e della loro nobilissima mission. Non bisognerebbe dimenticare, infatti, ciò che già qualcuno in altre occasioni ha definito l’anima del terzo settore ovvero lo spirito volontario. Non possiamo ancora una volta porre in secondo piano l’aspetto solidale rispetto a quello del profitto. Anche perché il solo profitto o la sola diffusione di buone pratiche circa l’utilizzo degli utili delle imprese a favore di progetti dall’alto valore sociale non significano necessariamente crescita della comunità nel suo intero.
Esse rappresentano solo una parte delle potenzialità del terzo settore. Non dimentichiamoci che la Riforma del Terzo Settore nacque anche sull’onda l’emotiva tesa a contrastare l’arricchimento e la crescita di alcune conventicole che avevano considerato il mondo non profit un’altra via per arricchirsi, magari celando dietro il volto di solidarietà, obiettivi ben più meschini.
Altre volte si è richiamata l’attenzione su quanto, invece, tutto il variegato universo che costituisce il non profit sia una grande risorsa per il sistema Italia anche per le opportunità che offre in termini di partecipazione e formazione civica di tutta la comunità. Lo è ancor di più in un momento storico che vede arrivare da più parti la richiesta della reintroduzione dell’insegnamento dell’educazione civica: il mondo del volontariato è una grande occasione per i giovani di affrontare esperienze in grado di farli maturare ed entrare a contatto con le regole del vivere la comunità e tutelarla nel loro rispetto.
Tutto questo possono farlo impegnandosi in progetti di servizio civile nei più svariati ed importanti ambiti, dall’ambiente alla cultura passando per l’assistenza ai bisognosi, oppure in tutte quelle iniziative portate avanti in squadre intergenerazionali a favore degli anziani o della promozione della cultura della prevenzione. Senza mai dimenticare il grande lavoro che svolgono gli enti non profit valorizzando in modo positivo i beni confiscati alla criminalità organizzata.
Il terzo settore, così concepito e vissuto, è una grande palestra di cittadinanza in grado di unire le generazioni e soprattutto al Sud, grazie al grande lavoro delle associazioni di volontariato e di promozione sociale ha rappresentato un primo e fondamentale argine alla crisi economica e sociale. Tutto questo, oggi, non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo quando guardiamo al futuro. La stagione post ideologica può liberare energie e proposte oltre ogni steccato in un ambito che per troppo tempo è stato considerato ad appannaggio di una sola parte mentre altre lo guardavano con poco interesse, tranne rari ed importanti casi. Riconosciuta quindi l’importanza delle imprese sociali ed il ruolo che esse svolgeranno ora e nei prossimi anni nello sviluppo dei territori, perché non pensare a misure di sostegno rivolte ad esse ed alle associazioni in materia di lavoro?
Una sorta di rating sulle azioni svolte dagli enti no profit per il quale, ad esempio, i progetti ritenuti più utili alla crescita di un territorio, alla sua coesione sociale, al recupero del patrimonio artistico-culturale, all’assistenza dei più deboli offrono la possibilità agli enti del terzo settore di assumere usufruendo di sgravi sugli oneri contributivi o sulle tasse. Si potrebbe, una volta ultimato il percorso della riforma dal Governo, pensare anche ad un potenziamento della convenienza del sostegno al terzo settore da parte del profit e dei singoli cittadini. Naturalmente, i controlli dovrebbero essere stringenti, ma tali iniziative non farebbero altro che rafforzare la sussidiarietà, la partecipazione dei cittadini e al contempo creare nuove opportunità di lavoro per tutti, non solo per i giovani, specialmente al Sud.

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