L’angoscia degli uomini - L. Degrelle
By Pasquale | Novembre 22, 2011
Il denaro, gli onori, i corpi sciupati, l’avidità nel carpire una felicità terrena che sfugge di mano e sempre si sottrae, hanno reso il gregge umano un’orda miserabile, che si avvelena, si sbrana, per trovare liberazioni inesistenti. Non si tratta più di un girotondo di isolati, morsi dalle passioni e dai vizi. Sono le collettività a venir aspirate dal vortice dei desideri impossibili: desiderio di possedere, di essere il primo, di fondare la propria potenza sulla materia, cioè di soffocare e di eliminare lo spirituale con pseudo-piaceri che sono soltanto caricature della gioia. L’acqua limpida dei cuori si è intorbidita sino agli strati più profondi. Il fiume degli uomini trasporta un diffuso odore di fango. Il disordine del secolo ha sconvolto tutto quel che un tempo era luce e voli a tuffo di rondini nei cannetti. Ogni giorno il mondo è sempre più egoista e più brutale. Ci si odia tra uomini, tra classi, tra popoli, perchè tutti si accaniscono nella ricerca dei beni materiali il cui possesso furtivo rivela il nulla. Ma tutti rinunciano ai beni dell’universo morale e dell’eternità spirituale.
Chi ha conosciuto la caduta riconosce sempre le linee di rottura, per quanto esse siano finemente aggiustate: contengono delicatezze spezzate.
Chi non è stato vile un giorno, chi non reca in sè parole, gesti, desideri, abdicazoni inconfessabili, o il cadavere mummificato della propria vita interiore? Quanti uomini non celano al riparo delle convenzioni il fallimento della loro sensibilità, dei loro giuramenti e la miserabile profanazione dei loro corpi? Con rimorsi, a volte; senza rimorsi, il più delle volte. O piuttosto, anche con una piccola aria di trionfo e d’insolente provocazione.
Le cadute finali - quelle che hanno liquidato tutto - decenza, pudore, rispetto di sè, del proprio corpo, della propria parola, e Dio del resto - sono il risultato di centinaia di piccoli rinnegamenti preliminari, all’inizio negati o celati. L’insieme precipita solo allorchè le innumerevoli fibre del cuore sono state tagliate, le une dopo le altre, in mezzo ai sotterfugi, alle cattive ragioni, seguite da molteplici rinuncie sempre più irrimediabili, con la coscienza assassinata…I Santi furono semplici uomini, semplici donne, carichi di passioni, debolezze e sovente di colpe. Anch’essi, talvolta, hanno dovuto stancarsi, cedere, dirsi che non sarebbero mai arrivati a scrollarsi di dosso il peccato che li accompagnava: eppure non hanno rinunciato. Ad ogni caduta si sono rialzati, decisi ad essere tanto più vigili quanto più si sentivano deboli. La virtù non è un abbigliamento provvisorio, ma una lenta, dura e a volte assai penosa conquista. Essi hanno provato la gioia di sentirsi alla fine vincitori del proprio corpo e del proprio pensiero. La loro lotta ci dice che la felicità rimane alla porta di ognuno. Ognuno possiede una libertà: è lo spirito che vince o che capitola. Le anime dormono o sono sterili, ed è appunto a causa del soffocamento spirituale che il mondo decade.
E’ di speranza, di carità, di giustizia, di umiltà, di vita spiriutuale che il mondo ha bisogno. La fede ha valore solo quando conquista; l’amore quando arde; la carità, quando è di salvamento.
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Sulla Passione
By Pasquale | Giugno 3, 2011
Le passioni fanno vivere l’uomo, la saggezza lo fa soltanto vivere a lungo. Nicolas de Chamfort
Passione. Quante volte abbiamo sentito ripetere questo termine per descrivere uno stato d’animo, una propensione verso cose e persone? Abusato e sempre più spesso citato a sproposito nella civiltà dei vizi e delle false virtù decadenti, il termine passione indica, invece, un sentimento analizzato, discusso, elaborato, sondato in mille è più modi dalle tradizioni filosofiche di molte culture.
Ora come ora a sentir parlare di passione pare che ci si riferisca sempre e solo al desiderio di una persona innamorata di possedere l’amata.
La passione è, al contrario, qualcosa di molto più esteso e fondante delle azioni e delle relazioni umane, non solo di quelle amorose. Senza passione c’è l’oblio, senza passione c’è la staticità, senza passione c’è il vuoto, senza passione in definitiva non c’è vita. Si comincia a morire proprio quando crolla la passione in ogni sua forma.
E’ altresì mistero perché ci spinge ad andare oltre i limiti umani e a superarci per uno scopo.
La passione è sicuramente Amore, nel senso più alto del termine e si potrebbe paragonarla ad un fuoco sacro che arde a testimonianza della vita. Lo constatiamo ogni giorno: lontani da ogni fattore contingente, sicuramente ogni azione, lavoro, attività, relazione se non l’affrontiamo con passione alla lunga l’avvertiamo distante da noi.
La passione è quella forza che spinge gli uomini a non lasciarsi andare e li porta nel mondo del sogno dove ogni miracolo è possibile. La passione detta la metrica con la quale vengono scritti i giorni dell’epica più avvincente per ciascuno di noi: la nostra vita.
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Oltre le sfide della decadenza
By Pasquale | Maggio 31, 2011
L’inevitabile, quello che tante volte molti nel chiuso delle proprie stanze e talvolta qualcuno anche pubblicamente ha detto e previsto, alla fine è arrivato. Il PDL è crollato e sotto le macerie di una fallita conduzione tutta all’insegna della mortificazione di molte delle energie più vere, oneste, progettuali, culturali si può ripartire avendo alcuni decisivi punti cardine:
- rapporto reale col territorio con vere e proprie strutture ben definite;
- ascolto dei problemi delle persone (i cittadini non sono solo elettori, il consenso può essere una conseguenza dell’ascolto, della passione e dello spirito di servizio);
- ricambio generazionale: non sono solo grandi risultati elettorali a determinare la validità di una classe dirigente, molto spesso (ma dovrebbe essere la norma) a legittimarne la forza, la gestione ed il rispetto è anche tutto quel complesso movimento d’idee, azioni, proposte che danno vita e voce ad una visione del mondo o quanto meno di come si vorrebbe che nella propria terra andassero le cose.
Le idealità, i valori, i progetti per un cambiamento radicale ed una risposta alla decadenza che pervade questo nostro mondo esistono anche tra tutti coloro che non si riconoscono negli orizzonti ideali dei vari Vendola, Bersani o De Magistris.La sconfitta subita ha testimoniato ancora una volta una crescente disaffezione di molti cittadini alla politica, i quali non credono più nelle possibilità che solo essa ha di trascendere il singolo contesto e dare risposte ad intere comunità e Paesi. D’altro canto però, e non solo per la politica, questo in cui viviamo è un mondo affamato di senso e che ha bisogno del vedere incarnata e del trovare voce quella speranza che nonostante tutto, soprattutto nei giovani, dà forza ai sogni.Se non si capisce questo non ci saranno alternative alla decadenza.
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Nulla ci è precluso
By Pasquale | Aprile 2, 2011
In questo caos misto a decadenza, noi continuiamo a costruire senza sosta con tanti sacrifici una dimensione diversa dei rapporti umani e della politica. Più vera. Reale. Il più possibile legata al buon senso.
Evitando quanto più possibile tentazioni demagogiche. Un fiume carsico che segue il suo percorso senza fermarsi e che presto o tardi irromperà con forza in superficie.
Ormai è solo questione di tempo.
Saremo pronti a dimostrare il nostro valore. Come sempre.
Nulla ci è precluso.
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“Sguardo vivo di chi sogna e crede”
By Pasquale | Febbraio 28, 2011
“Ardi, ardi d’amore per ciò in cui credi,per quello che fai.
Sogna, non chiudere gli occhi del cuore.
Scuoti, incendia gli altri con il tuo agire!”
Questo non è un intervento per tutti. Parlare, dialogare con tutti è sicuramente un proposito ed un tentativo che può esser definito nobile, ma non si potrà mai riuscire a comunicare ciò che si sente e in cui si crede all’intera comunità. Se il problema di ciò è nel linguaggio di chi si esprime ed anche nelle sue abilità oratorie, sicuramente, fatta salva tale premessa, è anche altrettanto ovvio che non tutte le persone sono pronte a capire, ad accogliere o condividere un valore, un punto di vista, un’idea. Tutto questo è sicuramente una fortuna e non solo un limite, in quanto è possibile affermare senza mezze misure e con certezza, che qualsiasi sia il ceto, la preparazione e l’appartenenza iniziale degli individui vi sono tra essi alcuni disposti ad essere diversi e migliori degli altri in virtù della loro educazione, propensione e disponibilità elitaria al sacrificio.
Le vicende umane, la storia di ciascuno di noi, la stessa storia universale e dei popoli è ricca di strade e sentieri interrotti ad un passo o appena dopo il primo anelito per un obiettivo: grande o piccolo che sia.
In ogni momento nulla è mai stato facile e ogni vero grande risultato, a parte casi isolati e comunque non collegati all’esperienza della maggioranza, si è raggiunto col sudore della fronte e con un’infinita forza di volontà.
È evidente che alla necessità di inseguire un sogno, di porsi un obiettivo, si accompagna essenzialmente la possibilità del fallimento, ma come si suol dire in riferimento a ciò due possono essere le cose che davvero contano:
- come si fallisce: non tutti i fallimenti sono identici in quanto si può cedere con onore, ma anche nella più totale vergogna;
- la capacità di riorganizzarsi dopo un fallimento o una battuta d’arresto.
Si può fallire ed è proprio la consapevolezza di questa possibilità che può aiutare ad affrontare al meglio l’ascesa e ad effettuare i propri passi.
Quante volte abbiamo sentito risuonare nelle nostre vite degli inviti a non mollare, a non abbattersi, ad accettare il sacrificio in vista di un risultato in grado da ripagare gli sforzi compiuti? Le grandi tradizioni, religioni e filosofie antiche di ogni luogo ci parlano del sacrificio come preludio alla vittoria ed è proprio dalla saggezza degli uomini che non vivevano nell’agio e dalle mortificazioni e le sfide che anche i cavalieri ed i signori del passato accettavano che dobbiamo e possiamo ripartire per prendere atto che la traversata nel deserto del sacrificio è roba da spiriti nobili ed è già una vittoria.
Lo è, perché affrontare una sfida e resistere ai colpi della natura, degli uomini e del destino è un cammino di miglioramento, di elevazione spirituale che non può essere messo in secondo piano e che appartiene principalemente alla sfera della qualità e non della quantità.
Chi ben ha provato su di sé la forza dirompente delle difficoltà può riuscire a capire quanto la qualità, nel senso più profondo e vero del termine, sia in realtà quantità poiché solo chi sa essere o sa fare bene ottiene risultati migliori.
Evidentemente il buon senso e la realtà ci restituiscono anche la consapevolezza che vi sono diversi gradi di qualità, ma questo non dovrebbe far passare in secondo piano che solo il miglioramento qualitativo porta necessariamente a migliori e duraturi risultati anche nel campo della dura concretezza.
In una tale ottica il sacrificio è dunque il mezzo attraverso il quale si migliora se stessi e così facendo ci si prepara ad affrontare con sempre maggior forza le sfide e le avversità che ci si parano innanzi sul cammino.
Sacrificio implica responsabilità: in primis verso se stessi e successivamente nei confronti delle comunità in cui ci si trova ad agire. Responsabili verso se stessi vuol dire accettare la possibilità di esseri fallaci e soggetti al cambiamento che possono però tutelarsi attraverso una condotta dedita al riconoscimento di tali limiti e alla ricerca delle condizioni per superarli.
Responsabili verso gli altri perché dai propri sacrifici ed azioni, spesso dipendono gli esiti e le attività anche della comunità di cui si fa parte, grande o piccola che sia.
Tutto questo non è semplice e diviene sempre più difficile quanto più sono alti gli obiettivi e le mete che ci si pone o alle quali, per caso o destino, siamo chiamati.
Non bisogna abbattersi poiché il balsamo per i momenti difficili è dentro di noi, nella nostra capacità di amare il percorso che stiamo seguendo e la forza di crederci. Quando saremo in cima il nostro sguardo si fonderà con quello delle aquile regali ed il mondo sarà il nostro palcoscenico.
Abbiate il coraggio di credere in quello che gli altri negano e di vedere quello che gli altri non vedono. Sempre.
«Nulla si ottiene senza sacrificio e senza coraggio. Se si fa una cosa apertamente, si può anche soffrire di più, ma alla fine l’azione sarà più efficace. Chi ha ragione ed è capace di soffrire alla fine vince.»
Gandhi
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Su questi tempi….ed i tesori oltre i sacrifici
By Pasquale | Gennaio 14, 2011
“Chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco la nostra epoca. Il proprio petto: qui sta, come un tempo nella Tebaide, il centro di ogni deserto e rovina. Qui sta la caverna verso cui spingono i demoni. Qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il niente si ritirerà in se stesso abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso. Essi compenseranno i sacrifici” - Ernst Junger, “Oltre la linea”
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Contro il diritto alla felicità e contro ogni indice di misurazione della medesima
By Pasquale | Gennaio 9, 2011
Propongo una riflessione a mio avviso interessante sul senso della vita.
Fonte: Arianna editrice - Stefano D’Andrea
Si va diffondendo la consapevolezza che non è possibile curare la psiche di uno o altro soggetto se il malato muove da idee errate, insensate e, diciamolo pure chiaramente, immorali. Accolte determinate idee, magari inconsapevolmente, per abitudine, adattamento, adesione ai costumi e alle prassi dominanti, non si potrà mai avere un equilibrio psichico. Una di queste idee errate, insensate e immorali è che lo scopo della vita sia di agire per raggiungere la felicità. Idea tanto più errata, insensata e immorale quanto più si aderisce al credo dominante che identifica la felicità con un alto livello di consumi. Ma anche chi non aderisca al credo dominante erra quando propone di sostituire il PIL con altri indici di misurazione della felicità e, seppure senza saperlo, finisce per non discostarsi di molto da quel credo che si propone di contrastare.
La vita non è un viaggio alla ricerca della felicità: è una missione. E questa asserzione non si pone, in prima istanza, sul piano morale; non deve essere intesa nel senso che la vita “deve essere” una missione. Che la vita sia una missione – magari svolta malissimo e con fallimenti in tutti o molti campi – è una verità che può essere constatata, svolgendo poche e indiscutibili osservazioni. Dunque, quando affermo che la vita è una missione intendo pormi sul piano del vero e del falso e non su quello, morale, del giusto e dell’ingiusto.
Con più precisione direi che la vita consiste nell’adempimento di un certo numero di importanti missioni, le quali sono talmente tante che finiscono per avvolgerla e contenerla quasi per intero.
Un primo gruppo di missioni deriva dal nostro stare in famiglia.
Si può scegliere di non avere figli. Ma una volta che i figli sono nati, voluti o meno, siamo chiamati ad adempiere la missione di padre e la missione di madre. La paternità e la maternità sono due missioni. Ogni missione si caratterizza per uno scopo e per i mezzi che lo realizzano. La pluralità delle concezioni su ciò che deve essere un uomo implica una certa relatività degli scopi. Ma si tratta di una relatività parziale, perché esiste un nucleo comune innegabile. Chi potrà negare che un genitore è chiamato ad impegnarsi perché suo figlio abbia un carattere forte e non debole? Perché sia paziente e tenace e non impaziente e velleitario? Perché comprenda l’importanza del sapere e del saper fare in uno o altro campo e non diventi un uomo senza arte né parte?
La condizione di figlio, a un certo punto della vita, diventa una missione. Giunti a una certa età, abbiamo genitori dei quali dobbiamo prenderci cura. O con i quali non dobbiamo più litigare, perché sono divenuti fragili, mentre noi siamo nel pieno della maturità e del vigore e dobbiamo saper comprendere e avere la capacità di controllarci. Figuriamoci poi quando i rapporti sono sempre stati ottimi e il genitore si trova in difficoltà.
Siamo liberi di contrarre matrimonio e siamo liberi, secondo il diritto civile, di separarci e divorziare. Ma una volta contratto matrimonio, per la coscienza sociale così come per il diritto civile, assumiamo doveri (contraiamo vincoli) nei confronti del coniuge: fedeltà, mutuo aiuto morale e materiale, collaborazione e coabitazione. Si tratta di doveri che sovente e sempre più vengono infranti. Ma questi doveri esistono, sono oggettivi, previsti dalla legge e avvertiti dalla coscienza sociale. Anche la condizione di coniuge, dunque, ci impone una missione.
Noi siamo parte anche della società civile. Lo svolgimento del nostro mestiere è una missione. Svolgiamo il mestiere di insegnante, di medico, di avvocato, di artigiano, di pubblico funzionario. Dall’acquisizione di quelle qualifiche e dallo svolgimento di quei ruoli sorgono doveri di aggiornarci e di eseguire gli incarichi con scrupolo e onestà; doveri di non abusare della posizione di potere e di non tradire la fiducia di chi ci ha conferito un incarico. La qualifica di dipendente privato pone qualche problema, in tutti i casi in cui il datore di lavoro o il superiore gerarchico non rispettino i doveri e i vincoli che la legge, prima ancora che la coscienza sociale, impone, circoscrivendo l’ambito della subordinazione. Ma è certo che in un fisiologico svolgimento del rapporto, il lavoratore subordinato è titolare di precisi doveri, di fedeltà e di correttezza, che caratterizzano la prestazione lavorativa in base ad una precisa disposizione normativa.
Nemmeno si dovrebbe dubitare che l’amicizia è una missione. Che ci vincoli ad aiutare l’amico in difficoltà, a stargli vicino nei momenti tristi della vita e prima ancora a coltivarla, a cercare l’amico, a trovare il tempo per andarlo a trovare, a liberarci dei pensieri per trascorrere con esso momenti di spensieratezza e dedicarci, assieme a lui, ai comuni vecchi vizi. Chi non coltiva l’amicizia sarà inevitabilmente senza amici. Ma anche rapporti meno caldi, come quelli di vicinato, implicano condotte che si attengano a doveri: salutare, essere gentili e disponibili. Essere un buon vicino di casa è dunque una missione. Una missione piccola e talvolta difficilissima; ma è una missione.
Anche la condizione di cittadino è una missione. Come cittadini abbiamo il dovere di votare i migliori tra i candidati che si presentano alle elezioni, amministrative o politiche, rifiutando il voto a parenti ed amici, se non sono i migliori; di non votare se reputiamo che la legge elettorale sia incostituzionale; di resistere all’oppressore, se dovessimo essere aggrediti da altri popoli; di combattere militarmente i secessionisti; di interessarci in uno o altro modo allares pubblica; di pagare le imposte; di rispettare i mille piccoli doveri, giuridici e non solo (raccolta differenziata, pagamento del biglietto del tram, evitare, per quanto possibile, l’uso dell’automobile, ecc.) che servono a rendere più vivibile la nostra città.
Ma la missione più importante è coltivare la nostra anima, il nostro pensiero e il nostro carattere morale: coltivare il rapporto con noi stessi. Anche questa missione, come tutte le altre, si realizza attraverso l’adempimento di doveri. Il sommo dovere di accettarci; di essere contenti se scopriamo un nostro limite; di impegnarci per attenuarlo ed eventualmente il dovere di prendere atto serenamente che non siamo capaci. Il dovere di immergerci, quando possiamo, nella natura; di godere della solitudine, dei profumi e dei colori della terra, di bagnarci, anche in solitudine, nei mari limpidi, dei quali dobbiamo andare in cerca. Di nutrirci delle grandi opere di poesia e di pensiero, le quali sono in grado di influenzare in senso epico la nostra personalità.
Se consideriamo una giornata qualunque di un uomo adulto, constatiamo agevolmente che in gran parte quell’uomo compie azioni che sono adempimento di doveri: preparare i figli nel primo mattino; accompagnarli a scuola; salutare il vicino incontrato sul pianerottolo; recarsi sul luogo di lavoro; lavorare; recarsi, dopo il lavoro, nella assemblea della associazione alla quale si è iscritti; acquistare ciò che è necessario per la cena; recarci all’appuntamento con l’amico per bere una birra; dopo cena mettere a letto i figli; concederci un momento di pace con la moglie o la compagna (o il marito o il compagno); leggere pagine del libro che ci si è ripromessi di finire entro la domenica.
Non dobbiamo pensare, tuttavia, che ciò implichi un’intrinseca e ineliminabile tristezza della vita. Sarebbe un pensare stolto e molto infantile. Perché le condotte che sono adempimento di doveri – giuridici, morali o nascenti dal costume – possono essere tenute spontaneamente e volontariamente, insomma senza pensare che l’azione che si compie è dovuta. Ciò vale per un bacio alla propria moglie, per una carezza al figlio, per un rientro a notte fonda che conclude una serata dedicata ad un amico in difficoltà, pur sapendo che dopo un paio d’ore sarà necessario alzarci; per lo studio approfondito di un caso che un cliente ci ha affidato e per mille altre azioni, le quali, essendo dovute, è bene che siano sempre volute. In certo senso, quando un’azione è voluta, essa perde, nella coscienza di chi la compie, il carattere di doverosità.
Ecco che cosa è, dunque, la felicità. Un giudizio complessivo che diamo su noi stessi, sul modo in cui stiamo realizzando le nostre missioni e quindi adempiendo i nostri doveri. Giudizio complessivo, perché le missioni sono talmente tante che è quasi naturale che in una o più di esse si stia fallendo o, addirittura, che una di esse sia certamente fallita. Il giudizio complessivo sarà tanto più positivo quanto più penseremo di aver adempiuto, in linea di principio, le nostre missioni. E le avremo adempiute quando, in linea di principio, avremo voluto tenere le condotte che dovevamo tenere.
La felicità, dunque, non è l’obiettivo della vita ma un risultato, che si consegue adempiendo volontariamente doveri.
La felicità è compatibilissima con lunghi periodi di stress e anzi, forse, non può aversi senza di essi, perché le missioni sono difficili.
La felicità non implica nemmeno un’abituale serenità, perché le missioni richiedono tensione, sacrificio e scelte sovente spiacevoli.
Tanto meno la felicità implica un alto livello dei consumi. Non solo è falso che chi consuma è felice – chi consuma di volta in volta si sta divertendo o si sta appagando -; è vero piuttosto che chi è infelice tende a consumare.
La causa maggiore dei consumi è la mancata comprensione del senso della vita dovuta al fatto che non si vuol (e oggi non si viene nemmeno sollecitati a) prendere atto dei mille doveri che dobbiamo adempiere. L’angoscia provocata dalla perdita di senso dovuta al disconoscimento dei doveri e quella che sorge dal timore di non saperli adempiere, timore sovente paralizzante – si tratta delle due principali cause dell’infelicità - spingono verso l’eccesso dei consumi. In verità, quando per la prima volta a fine mese si constata che si è riusciti a vivere spendendo meno di quanto abbiamo incassato siamo felici: abbiamo adempiuto il dovere di essere previdenti e parsimoniosi, ossia di fare il nostro bene.
L’ideologia consumista è tanto diffusa e pervasiva da oscurare la verità. Ciò accade perché il becero materialismo del quale è portatrice eclissa la dimensione spirituale della nostra vita e rimuove riflessioni come quelle condotte in queste note, che nel fondo sono banali – la verità è spesso banale. Tuttavia, alla resa dei conti, la dimensione spirituale della nostra vita è tutta la nostra vita. Come dimostra il fatto che depressione, anoressia, esaurimenti nervosi, suicidi, gravi tossicodipendenze o videodipendenze, bilanci negativi della propria vita condotti in età matura non sono più frequenti tra coloro che nella vita hanno consumato meno, rispetto a coloro che nella vita hanno consumato più e soprattutto tra coloro che nella vita hanno dato poca importanza al consumo delle merci rispetto a coloro che hanno consumato in modo compulsivo.
Sbagliano, dunque, i sostenitori della Decrescita e i governi di Sarkozy e di Cameron, così come Stiglitz quando propongono di sostituire il Prodotto Interno Lordo con altri indici, che sarebbero più idonei a misurare la felicità dei membri di una comunità politica. Sbagliano, perché muovono dal presupposto errato che l’obiettivo della vita sia quello di ricercare la felicità e che la politica sia al servizio della felicità dei singoli. La loro posizione è omogenea, anche se contraria sotto un profilo secondario, a quella di coloro che legano la felicità alla produzione (eventualmente anche alla distribuzione) e al consumo di quante più merci è possibile produrre e consumare.
La posizione alternativa – la contestazione vera del pensiero dominante – muove dalla constatazione che, nella ricchezza e nella povertà, dotati di conoscenze e di cultura ovvero analfabeti o semianalfabeti, siamo chiamati ad adempiere doveri, talvolta creati dalla legge, ossia dalla politica, e talvolta da quest’ultima soltanto sanzionati con la forza, perché molti di essi “esistono” già nella coscienza sociale. E sui doveri che dobbiamo adempiere nel rapporto con noi stessi – di gran lunga i più importanti, perché incidono sulla forza che saremo in grado di esprimere nell’adempiere altri doveri e altre missioni – la legge (e quindi la politica) non dice, non deve dire e non può dire nulla.
La politica ha poco a che vedere con la felicità dei singoli cittadini.
Certamente la politica concorre a creare quelle condizioni minime senza le quali il singolo, immerso totalmente nell’impegno volto alla soddisfazione dei bisogni primari, è completamente costretto alla lotta per la sopravvivenza e non ha tempo e forza per vivere, ossia per adempiere le sue missioni.
Gli altri obiettivi della politica, anche i più nobili che è dato ipotizzare – perseguire la bellezza delle città e delle campagne; predisporre un apparato volto alla formazione (educazione) di uomini valorosi, che mantengano la parola data, coraggiosi, pazienti, colti e operosi (la politica è in primo luogo pedagogia, magari cattiva pedagogia ma è pedagogia); realizzare la giustizia, per esempio, impedendo al capitale non investito ma messo a rendita di valorizzarsi; promuovere e agevolare lo sviluppo di una cultura e di una tradizione originali ma aperte alle culture e alle tradizioni straniere; organizzare la sicurezza dei confini e la difesa militare dell’ordinamento da ingerenze esterne e da secessioni – poco o nulla hanno a che vedere con la felicità dei singoli cittadini. Come tutti gli obiettivi politici, ossia pubblici e relativi ad interessi “generali”, essi possono essere realizzati soltanto ponendo vincoli, divieti e comandi.
La politica si risolve in legislazione e quest’ultima è imposizione di vincoli, divieti e comandi. La politica è l’arte e l’attività volta ad organizzare e orientare la vita di popoli: rafforzarli e fornire durata alla vita dei medesimi; fornire i popoli di una storia e delle condizioni per avere un futuro. La politica si interessa poco ai singoli cittadini, e molto al Popolo, ossia a quell’entità mutevole (ma non astratta, bensì sempre concretissima) che c’era quando noi non eravamo nati e ci sarà quando noi non ci saremo. Ben può accadere, in certe circostanze storiche, ed è spesso accaduto, che intere generazioni debbano sacrificare la giovinezza e finanche la vita, perché le future generazioni siano libere, prospere, autonome e indipendenti. A rigore, in questi momenti, che sono i più tragici ma talvolta i più alti che la storia tramandi, sembrerebbe che la politica sia piuttosto fonte di sventure che non di felicità per i singoli. Eppure ancora una volta, tutto dipende dalla volontà. Dalla volontà di adempiere i doveri e le missioni, compresa, se è necessaria, la disponibilità all’estremo sacrificio.
Se la felicità non è un obiettivo ed è il risultato dell’adempimento dei doveri mediante i quali realizziamo le nostre missioni, a maggior ragione non può essere il contenuto di un diritto. Non è forse un caso che il tempo dell’impero statunitense è coinciso con il tempo della diffusione planetaria dell’ideologia consumistica, se è vero che lo sfortunato popolo statunitense ha inserito nella Costituzione il diritto alla felicità. Così come non è forse un caso che il popolo statunitense sia quello maggiormente colpito dalla malattia della depressione.
Che a nessuno venga in mente di sostenere che anche in Italia dobbiamo inserire nell’ordinamento il diritto alla felicità o che esso possa essere in qualche modo indotto da una o altra norma e affermato come già vigente nell’ordinamento giuridico italiano. Chi la pensa in questo modo è pregato di andarsene negli Stati Uniti. Già sono troppi i danni che l’ordinamento giuridico italiano (lo Stato italiano) - e quindi il popolo italiano - ha subito per l’immissione in esso di innumerevoli istituti alieni. Meglio un “cervello” in fuga in più che mettere in cattedra un altro adoratore della società statunitense. Ne abbiamo avuti fin troppi.
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Elogio cristiano del Natale consumistico - di Antonio Socci
By Pasquale | Dicembre 21, 2010
Natale è alle porte. E ci toccherà sorbirci le solite lagnose recriminazioni moralistiche contro il “Natale consumistico”.
E’ un uggioso “refrain” in cui si sono specializzati molti ecclesiastici, ma anche tanti laici, non credenti, che - per esempio dalle pagine di Repubblica, del Corriere della sera o della Stampa - biasimano il presunto paganesimo della “corsa ai regali” (e lo fanno, ovviamente, mentre i loro stessi giornali vivono di pubblicità e i loro editori prosperano sui consumi).
Oltretutto i “consumi natalizi” sono pure un beneficio per la nostra economia che soffre di un Pil stentato, per cui è irritante vedere gli stessi che scagliano anatemi sul consumismo, strillare poi - il mese dopo - per le aziende che chiudono, per l’economia che ristagna e il deficit che cresce (come pure il debito essendo rapportati al pil).
Dunque mi appello ai parroci: per favore, quest’anno, evitateci queste geremiadi anticonsumistiche.
Perché non c’è cosa più insopportabile (e acristiana) del sentire sacerdoti alla Messa di Natale che - proprio mentre nasce Gesù, il nostro salvatore, la gioia della vita - invece di parlarci di lui, invece di invitarci a rallegrarci, invece di consolare le nostre sofferenze, si mettono a strapazzare i fedeli che si sono scambiati dei doni.
A volte si ha quasi la sgradevole sensazione che a Natale tuonino contro il consumismo perché non hanno nulla da dire su Gesù, perché non si stupiscono più del suo venire al mondo, perché non ne conoscono la meraviglia.
“Expertus potest credere quid sit Jesum diligere”.
Come si può - quando si è sperimentata l’amicizia del Salvatore e se n’è scorta la bellezza ineffabile - mettersi a tuonare contro le luminarie, i pranzi e i regali, invece di parlare di lui?
Non somigliamo a quei farisei che - davanti a ll’uomo misterioso che con un solo gesto guariva un paralitico - si mettevano a polemizzare perché lo aveva fatto di sabato?
Quasi che fosse ovvio e normale che uno potesse stendere la mano e guarire un uomo paralizzato. Si facevano a tal punto violenza da non restare stupiti neanche da un fatto del genere.
E voi sacerdoti di oggi avete da dare la notizia più grande di tutti i tempi, la più commovente, inimmaginabile, consolante, cioè che Dio si fa uomo e viene ad abitare fra noi, che viene a guarirci, a salvarci, avete la notizia che nulla sarà più triste e disperato come prima, e invece di gridarcela, di scoppiare voi stessi in lacrime di letizia e di commozione (perché davvero se non fossimo così tragicamente distratti dovremmo piangerne di gioia), invece di gridarla dai tetti, vi mettete a rompere le scatole sui regali? Quasi indispettiti dalla gioia della gente?
Questa sì che è un’empietà! Oltretutto, se proprio vogliamo essere evangelici, dobbiamo riconoscere che il primo Natale dei regali è stato precisamente quello di duemila anni fa: sono stati i pastori e i Magi a viverlo così.
E il Vangelo li esalta per questa spontanea gratuità. Del resto era un’umile risposta a un immenso dono.
Perché in realtà è Dio stesso che inaugura il “Natale dei regali”. Il “Grande Consumista” è Colui che ci ha regalato il cielo e la terra, l’universo intero, con tutto quello che contiene.
Nessuno ha dissipato e regalato così tanto i suoi beni come quel Dio che ha voluto letteralmente svenarsi per noi.
Natale non è altro che questo: la follia di Dio.
E’ la sua irraggiungibile umiltà, avendo voluto spogliarsi della sua maestà e della sua gloria per abbassarsi fino a farsi un piccolo bambino povero e potersi donare a noi senza umiliarci, ma anzi mendicando il nostro amore.
Si può immaginare una follia d’amore pari a questa?
Riflettiamoci. C’è un Re così grande, ricco e potente che possiede tutto. E dunque ti regala non solo pietre preziose e perle, ma il mondo intero con tutte le sue meraviglie. Però non gli basta, perché noi siamo insoddisfatti e infelici, e allora vuole donarti di più.
Potrebbe regalarti la felicità (per cos’altro tutti ci agitiamo se non per la felicità?) oppure potrebbe regalarti la bellezza, o la pace del cuore o l’amore o il calore dell’amicizia e potrebbe perfino regalarti tutto questo per l’eternità, senza più la tristezza della fine e della morte.
Ma ha deciso di farti un dono ancora più grande dove tutto questo è contenuto: se stesso, il suo unico e meraviglioso Figlio che letteralmente “è” tutto questo. Infatti Gesù è la vera felicità, la pace, l’amore, la gioia, la vita e lo è per sempre.
E allora come si fa - davanti a un tale Re che ti dona se stesso e tutto il suo regno, senza che tu lo meriti neanche lontanamente - come si fa a non essere strafelici e a non essere mossi spontaneamente, anche noi, a donare?
Ci sono passi bellissimi di Benedetto XVI sul “dono” nell’enciclica “Caritas in veritate”. Egli vede nella cultura del dono addirittura una immensa risorsa sociale.
Ma allora i sacerdoti dall’altare di Natale dovrebbero dire esattamente l’opposto della geremiade contro il consumismo: dovrebbero anzi esortare a donare ancora di più, a donare non solo ad amici, figli o parenti, ma a riempire di doni e di amore anche tutti coloro che sono stati più sfortunati, coloro che vivono in povertà, coloro che soffrono, perché anche loro possano rallegrarsi nel giorno della gioia.
Il papa san Leone Magno, nella sua celebre omelia natalizia, secoli fa, annunciava e quasi gridava: “Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne”.
Vorremmo sentire i parroci o i vescovi che ci ripetono queste parole, che incitano a non fermarsi a pochi regali, a Natale, ma a donare più possibile. A donare perfino se stessi.
E soprattutto a fare a se stessi il regalo più bello: l’amicizia di Cristo.
Mi sembra di sentire qualche amico prete che obietta: “va bene, dici belle cose, ma come si può tacere davanti a chi pensa solo ai regali, alla settimana bianca o alla vacanza alle Maldive o sul Mar Rosso e neanche va alla messa di Natale?”.
Amico sacerdote, perché tu, come loro, pensi che la settimana bianca o le Maldive o il Mar Rosso siano in competizione con il Figlio di Dio che si fa uomo?
Chi ha fatto le maestose montagne e il loro cielo di azzurro purissimo? E chi dà consistenza ai miliardi di cristalli di neve che accecano di luce? E i fondali o i coralli del Mar Rosso? E la luna e le stelle?
“Tutto è stato creato per mezzo di Lui e in vista di Lui e tutto in Lui consiste”. E allora come privarsi di lui? Dovresti dire a coloro che si contentano di così poco (una settimana alle Maldive), a coloro che si rassegnano alla settimana bianca, che possono avere molto di più.
Perché a Natale ci si dona colui in cui c’è la bellezza degli oceani e delle montagne innevate, il refrigerio della brezza d’estate, i colori dei boschi d’autunno, la dolcezza dell’amicizia, lo struggimento dell’amore dei figli, l’ardore dell’amore delle madri e perfino il gusto dei frutti succulenti della terra, la purezza dell’acqua e il sapore del vino. In lui c’è il gusto stesso della vita, il senso dell’esistenza.
Così nella Messa ci sono tutte le montagne innevate e i mari più azzurri, tutte le bellezze dell’universo. Non a caso la liturgia coinvolge tutti i cinque sensi nell’adorazione, perché Dio si è fatto carne ed è venuto a salvare tutto l’uomo, è venuto a portargli una felicità che passa anche attraverso i sensi umani, i sentimenti umani. E’ venuto a divinizzare tutto l’uomo.
“Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio” afferma sant’Atanasio di Alessandria (De Incarnatione, 54, 3: PG 25, 192).
E chi - ditemi - chi, sapendo tuttociò, può essere così masochista da rifiutare questo stupefacente regalo: essere trasformati in dèi, essere divinizzati, partecipare alla signoria di Dio sull’universo, partecipare alla gioia di Dio?
Antonio SocciDa “Libero”, 21 dicembre 2010
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“A PROPOSITO DELLA GAMBIZZAZIONE”
By Pasquale | Dicembre 7, 2010
Segnalo con piacere un breve racconto, che reputo illuminante circa il “circo mediatico” dal quale siamo avvolti quotidianamente e che spesso offre interpretazioni completamente fuorvianti di ciò che viene detto. Il racconto è interessante in particolare rapportandolo a quante polemiche ed interpretazioni sono state date circa le recenti parole del Papa sull’uso del preservativo.
L’autore è ClaudioLXXXI ed è possibile leggere questo ed altri interventi sul suo blog: http://deliberoarbitrio.splinder.com
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Il presidente esecutivo dell’Associazione per la Nonviolenza finì di parlare e in sala risuonarono i consueti applausi di maniera. Nulla di nuovo: nella sua relazione annuale aveva ribadito i soliti saldi principi, il rifiuto della violenza, il rispetto per la vita e la salute del prossimo, i vantaggi sociali del ne cives ad arma veniant, eccetera eccetera. Cominciarono le domande. Rispose a un paio di interrogativi abbastanza ordinari, poi un giornalista gli fece un quesito anomalo.
“Signor presidente, la sua associazione sostiene la nonviolenza. Eppure è noto, e lei non ne ha mai fatto mistero, che in passato le sue opinioni e le sue azioni erano ben diverse. Perché non ci racconta cosa le ha fatto cambiare idea? Com’è cominciata?”
Questa era una domanda impegnativa e il presidente, dopo qualche momento di riflessione, cominciò a raccontare.
“Ebbene, sapete tutti che il mio passato è macchiato da molte gravi colpe. In gioventù ho rubato, picchiato, stuprato, ferito, ucciso. Giravo per il mondo e prendevo ciò che volevo senza farmi problemi e senza preoccuparmi delle conseguenze negative per gli altri. Si era nei tempi immediatamente successivi alla Liberalizzazione, perciò le cose mi andavano abbastanza bene. Mi sentivo forte e disprezzavo tutti quelli più deboli di me.
Se dovessi indicare il momento preciso in cui qualcosa cambiò, ecco, direi che fu il giorno della rapina in banca per i diamanti. Io e altri quattro avevamo avuto una soffiata su un carico di pietre preziosissime che sarebbe transitato per una filiale e progettammo l’assalto per impadronircene. Non vi tedio con i dettagli tecnici, potete andare a cercarli sui giornali dell’epoca se volete, facciamola breve e diciamo solo che fu un massacro. Ammazzammo guardie giurate e funzionari, entrammo nella camera blindata, torturammo un burocrate in ostaggio per farci aprire la cassetta di sicurezza, uscimmo fuori e ci ritrovammo a dover sparare praticamente contro un esercito. I miei compari creparono lì dentro e alla fine io solo ero sopravvissuto, anche se ero ferito e praticamente tenevo il ferro in una mano e con l’altra mi stringevo le budella nella pancia.
Stavo scappando col malloppo quando un ultimo vigilante venne fuori all’improvviso da dietro una parete e mi ordinò di fermarmi e arrendermi. Col cavolo, pensai, e ricominciai a sparare. Alla fine il tipo aveva esaurito i colpi e io stavo per ammazzarlo, quando mi accorsi di una cosa: quell’uomo aveva al polso un braccialetto elastico, sapete, una di quelle cose fatte dai bambini. Capii in un attimo che quell’uomo aveva un figlio e mi ricordai improvvisamente di una cosa: quel giorno era la Festa del Papà… almeno quello era il nome a quel tempo, non l’avevano ancora cambiato in Festa del Genitore A. Probabilmente suo figlio gli aveva regalato quel braccialetto prima che andasse al lavoro e io ora stavo per ammazzarlo e rendere suo figlio orfano.
La decisione di risparmiarlo non fu una meditazione razionale, ma una cosa istintiva e primordiale. Invece di sparargli alla testa, mirai alle gambe per impedirgli di inseguirmi. Cadde a terra lamentandosi e io continuai a scappare. Uscii dalla banca e fuori era deserto, prima della Liberalizzazione sarebbe stato pieno di macchine della polizia, ma ora la polizia non si occupava più di quelle cose e io avevo via libera. Il guidatore che avevamo assoldato mi vide e corse a prendermi, salii in macchina e ce la squagliammo. Ero libero ed ero ancora una volta il più forte.
Ma quell’euforia non durò a lungo. Nonostante i miei sforzi per disinteressarmene, continuavo a pensare all’uomo che avevo gambizzato, perfino mentre venivo rattoppato alla meno peggio da un delinquente che era meno un medico che un macellaio. Ero contento di non averlo ucciso, ma perché? Che me ne fregava? Non riuscivo a capire perché mi ero comportato in quel modo e questa cosa mi faceva impazzire. E poi l’avevo comunque azzoppato, anche se certo era stato meglio che ammazzarlo. Forse gli avrebbero amputato la gamba e non avrebbe potuto più lavorare. M’immaginavo la scena di lui che veniva operato, la famiglia che accorreva disperata in ospedale, un bambino che spingeva un mutilato su una sedia a rotelle, cose di questo genere. Cercavo di scacciare quelle immagini assurde dalla testa e non ci riuscivo. Ed ecco che pensavo a tutte le altre persone che avevo ucciso, i loro volti, le loro espressioni mentre morivano. Vite che avevo distrutto, parenti che avevo gettato nella disperazione.
Provai a tornare alla mia vecchia vita, ma non ci riuscivo. Non potevo più esercitare la brutalità a cuor leggero, guardavo il mio vicino che soffriva e mi sentivo come se soffrissi al posto suo. Ora vedevo le conseguenze della Liberalizzazione con occhi diversi, e non mi sembrava più che la legalizzazione della violenza fosse un progresso così positivo. Tutti quei discorsi sul fatto che la violenza è naturale perché la natura è violenza, sul vantaggio per la società derivante dall’eliminazione dei deboli e la sopravvivenza del più forte, ora mi sembravano parole insulse a confronto degli occhi di un bambino che non poteva più giocare con suo padre. Sentirmi forte tra i deboli non mi soddisfaceva più, incutere paura negli altri adesso mi disgustava. Ero diventato un uomo allo sbando: non potevo vivere con la violenza, ma non sapevo come si vive senza violenza.
Il resto è storia nota. Avevo dilapidato quasi tutto il mio patrimonio accumulato col sangue e vagavo per le strade senza meta, quando incontrai il Fondatore di questa Associazione. Lui mi rese un uomo nuovo, mi spiegò le profonde ragioni per cui quello che ora sentivo era davvero giusto. Entrai nell’associazione, come ben sapete, e dedicai la mia vita alla diffusione della nonviolenza e a risarcire per quanto possibile quelli che avevo danneggiato. E ora sono qui, sono stato eletto nel ruolo che ricopro ora, e vi parlo da questo palco.
Perciò, gentile giornalista, per rispondere alla sua domanda, penso che il momento in cui è cominciata la mia conversione fu quando qualcosa dentro di me decise di gambizzare quell’uomo invece di ucciderlo. Quello per me fu il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole.”
Il presidente smise di parlare e in sala risuonarono applausi scroscianti ed entusiastici. Tutti erano stati davvero colpiti. I giornalisti cercavano di fargli altre domande contemporaneamente e per un po’ non si capì nulla, poi in qualche modo tornò una parvenza di ordine. Un intervistatore chiese:
“Signor presidente, come pensa che saranno accolte nel mondo queste sue parole di apertura verso la violenza?”
Forse aveva capito male, chiese al reporter di ripetere la domanda, ma già un altro si protendeva per dirgli:
“Signor presidente, cosa pensa che diranno le organizzazioni per la difesa della Legalizzazione del fatto che lei ha appena giudicato lecita la gambizzazione?”
A questo punto ogni cosa diventò un incubo kafkiano.
***
Evidentemente già mentre stava parlando i giornalisti in sala avevano inviato alle rispettive testate i lanci di agenzia, perché sul suo palmare il presidente poteva già veder scorrere i primi titoli di stampa:
IL PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE PER LA NONVIOLENZA: “GAMBIZZAZIONE GIUSTIFICATA IN ALCUNI CASI”
STORICA APERTURA ALLA VIOLENZA, PURCHÉ ENTRO CERTI LIMITI
PLAUSO DEL SEGRETARIO DELL’ORGANIZZAZIONE PER LA NATURA UMANA: “UN PASSO AVANTI SIGNIFICATIVO E POSITIVO”
DICHIARAZIONE DELL’ONOREVOLE NELLO PAN, LEADER DEL PARTITO DEI NATURALI: “PREVEDEVO CHE AVREBBE FATTO LA SVOLTA”
IL PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE PER LA NONVIOLENZA HA DETTO CHE SPARARE AGLI ALTRI È MORALMENTE AMMISSIBILE, PURCHÉ SI MIRI ALLE GAMBE
Nel frattempo nella sala stampa era scoppiato il caos più totale. Un terzo dei presenti cercava di fargli domande contemporaneamente e urlando a gran voce, un altro terzo cercava di spiegare ai presenti che cosa lui aveva voluto veramente dire e urlando ancora più forte, e un altro terzo ancora neanche si capiva cosa diceva ma urlava più forte di tutti. Il presidente cercava di dire qualcosa e sedare gli animi, ma paradossalmente nessuno riusciva a sentirlo in tutto quel baccano. Come se non bastasse, qualcuno dalla regia pensò bene di proiettare sullo schermo alle sue spalle i primi servizi video che cominciavano già ad arrivare:
- un’intervista a un esponente del Partito dei Naturali, “sono molto contenta per i miei amici nonviolenti, che ora finalmente potranno anche loro praticare quell’atto libero e naturale che è la violenza, senza più quegli assurdi sensi di colpa imposti da una morale medievale e disumana”;
- la soddisfazione di un politico locale della corrente dei “nonviolenti democratici”. L’onorevole si dichiarava molto contento di questo passo in avanti, “perché finalmente il presidente si è accorto che tanti nonviolenti di fatto praticano quotidianamente la coercizione, non si poteva continuare a vivere nell’ipocrisia, finalmente l’Associazione Nonviolenta si è aperta al mondo e al progresso: ora non resta che indire un nuovo Conciliabolo che voti e ratifichi democraticamente questa svolta epocale”;
- sconosciuto: “sono proprio contento, sono anni che noi naturalisti diciamo queste cose, la violenza fa parte del mondo e della natura, il gatto mangia il topo e il cane mangia il gatto e così via, solo una mentalità dogmatica ottusa e irrazionale può negare i vantaggi sociali della violenza diffusa, la sopravvivenza del più forte e l’eliminazione dei più deboli sono il motore dell’evoluzione, per non parlare degli effetti benefici del contenimento della sovrappopolazione. Finalmente anche il presidente dei nonviolenti comincia a pensarla come noi e ci dà sostanzialmente ragione, certo il limite delle gambe è ancora insufficiente, ma ho fiducia che dopo questa svolta clamorosa ce ne saranno molte altre”;
- rabbia dell’illustre pensatore Kuns Hang, autore di bestsellers come CIÒ CHE CREDO, DA GANDHI A ZARATHUSTRA: “questa dichiarazione è soltanto una mossa pubblicitaria per un presidente in trappola, la parziale apertura sulla violenza è ancora troppo parziale, non c’è il coraggio di modernizzare davvero. Evidentemente il presidente sotto sotto sa che la posizione dell’associazione nonviolenta sull’argomento è completamente sbagliata, ma non può ammetterlo, così si è pateticamente ridotto a fare questa mossa tattica per elemosinare qualche briciola di consenso. Solo quella coraggiosa riforma in senso pienamente violento che io predico da decenni potrà salvare l’associazione nonviolenta dall’estinzione”;
- un inviato intervistava per strada vari nonviolenti, o almeno presentati come tali, per chiedere la loro opinione: “sapete che il vostro presidente ha appena detto che è lecito gambizzare? Cosa ne pensate?” il tenore delle risposte andava da giovani esultanti armati di mazze e catene che dicevano “finalmente, era ora che diventassimo moderni pure noi, come sono contento” a vecchietti confusi che dicevano “che strano, non capisco, ma siete sicuri che abbia detto proprio così… ah, tutti i giornali stanno dicendo che ha detto proprio così… eh beh allora l’ha detto davvero, se lo dice pure la tv… eh.. mah… in effetti una gambizzazione piccola piccola, non è che sia chissà quale brutalità, magari una volta ogni tanto… una gamba per volta…”
- delusione del Movimento per l’Applicazione Tradizionale della Nonviolenza, una frangia dell’associazione nonviolenta: “siamo molto delusi e sconcertati da questo presidente che tradisce la sua missione e fa degli intollerabili compromessi con il mondo e cambia in modo repentino l’insegnamento tradizionale della nonviolenza. Ormai l’associazione è completamente allo sbando e si avvia sempre più verso la catastrofe. Dire che la gambizzazione è meglio dell’omicidio è gravissimo, si rischia di gettare nella confusione gli associati e far passare il messaggio che sparare nelle gambe alla gente è lecito, come infatti è successo. Se noi fossimo al posto del presidente, sapremmo fare molto ma molto meglio di lui”;
- reportage dalla provincia orientale della Repubblica Autocratica Sin-indo-arabo-slavica: “Migliaia di naturalisti, eccitati dalle coraggiose ed innovative parole del presidente dell’Associazione Nonviolenta, per manifestargli il proprio apprezzamento hanno assaltato ospedali e scuole della minoranza nonviolenta del paese, attenendosi rigorosamente ai nuovi canoni morali indicati dal loro leader. Si calcola che già diverse centinaia di arti inferiori siano stati bastonati, frustati, accoltellati, spellati, fritti con l’olio bollente, bruciati con tizzoni ardenti, amputati, eccetera; naturalmente ci sono state anche molte vittime preterintenzionali. L’Autocrate della Repubblica ha pubblicamente ringraziato il presidente dell’associazione nonviolenta per il suo contributo al progresso della natura umana…” la scritta in sovrimpressione al reportage era PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE NONVIOLENTA CAUSA CON IL SUO DISCORSO CENTINAIA DI MORTI E FERITI;
Il presidente guardava attonito tutto questo. La sala era nel caos, tafferugli e litigi erano scoppiati ovunque, ciascuno cercava di spiegare a tutti gli altri cosa lui avesse veramente detto e l’insieme di tutte le voci era una cacofonia indecifrabile. Scese silenziosamente dal palco e nessuno gli badò. Si avviò verso l’uscita e lì, seminascosto sotto un androne tra buio e luce, lo vide.
Era il Fondatore. Era lui, l’uomo che aveva costituito l’Associazione per la Nonviolenza, che ne aveva scelto i presidenti esecutivi, che una volta lo aveva raccolto dal marciapiede di una strada e lo aveva salvato, che lo aveva ascoltando in silenzio fin dall’inizio.
Si mise al suo fianco e assieme, non visti, osservarono senza parole la confusione della sala.
Dopo un po’, il presidente gli disse:
“ma tu, almeno tu, hai capito quello che volevo dire, vero?”
Il fondatore non gli disse niente, si limitò a sorridergli come gli aveva sorriso la prima volta che lo aveva incontrato, ma quel sorriso era sufficiente. Quel sorriso era tutto.
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Il problema non è l’ideale, il problema è la volontà di realizzarlo
By Pasquale | Dicembre 4, 2010
Un esercizio di buon senso, di vero e sano recupero di una giusta razionalità: questo è quello che in tempi come questi occorrerebbe agli uomini. Troppi però sono gli steccati post-ideologici, i pregiudizi e le idee mal professate e ciò non può far altro che nella cultura, nella politica e a livelli più “bassi” rendere i rapporti umani viziati e meno reali. Un tempo, un famoso manifesto annunciava, compiaciuto, che un fantasma si aggirava per l’Europa e che avrebbe determinato una svolta epocale. Ora che tanti anni sono passati non restano altro che le tossine di quell’epoca in cui prendevano forma ideologie che avrebbero portato l’uomo a dare dimostrazione di quanto più brutale possa compiere. I popoli di ogni nazione, le comunità di ogni ordine e grado, persino le famiglie si divisero sulla visione del mondo da seguire. Lo smantellamento dell’umanità dell’uomo, le ingegnerie sociali pianificate nel chiuso di oscure stanze dei bottoni non possono e non devono più essere gli eventi principali che i posteri debbano ricordare, ma solo un triste ed oscuro ricordo. Nell’aria di tempi precari e insalubri, a-valoriali e decadenti come questi si riesce però ad avvertire una possibilità a suo modo storica ovvero quella condizione per la quale una stagione mondiale è al tramonto ed è pronta a sorgere l’alba di un cambiamento.
Attenzione questo cambiamento non implica necessariamente una svolta in senso positivo poichè essa può verificarsi solo ed esclusivamente se le persone ed i giovani in particolare inizieranno a capire che per risollevare le sorti delle società e delle comunità è opportuno applicarsi sui problemi reali e concreti tenendo il più lontano possibile devianze ideologiche che sarebbero solo un freno. Con questo non voglio affermare nè tanto meno auspicare che si arrivi ad un mondo ove sono totalmente messi tra parentesi gli orizzonti ideali ed i valori personali, bensì sottolineare come proprio alla base di ogni possibile ideale debba esserci la consapevolezza che i problemi concreti di carne e sangue devono essere risolti ed affrontati senza perdersi in eccessive e preliminari divisioni o analisi da salotto.
È chiaro che poi ciascuno, nell’affrontare ogni questione debba cercare di caratterizzarla, ove possibile, secondo i principi caratterizzanti la propria visione del mondo che assumono il ruolo di stelle polari da seguire. Fondamentale diviene dunque la capacità di conciliare le costellazioni di senso con la realtà delle cose e per tornare a quanto scritto all’inizio ciò può avvenire attraverso un fondamentale esercizio di buon senso. Un siffatto modello d’azione non rinuncia affatto a perseguire un’ideale, ma forse è il primo vero atto d’amore verso ciò cui si crede: solo così infatti, nell’accettazione della possibilità di una sintesi prende forma il primo passo verso gli obiettivi concreti che quello in cui si crede ci chiama a realizzare. È tutto questo l’elogio del compromesso? Credo che tale pratica non sia una cosa assolutamente sbagliata e che al solito il giudizio su di essa debba essere dato senza prescindere dalle circostanze. Rinunciare al tutto nel presente per il massimo reale, concreto e proficuo risultato possibile non è sbagliato se ad accompagnare l’azione vi sia una concreta volontà di non adagiarsi. Il problema non è l’ideale, il problema è la volontà di realizzarlo.
Per questo motivo, nonostante tutto, credo valga in ogni campo l’adagio che recita “pochi sguardi nobili vedran l’aurora”. La strada forse è tutta lì: aristocrazia d’animo per spiriti dediti al sacrificio in vista di un futuro migliore.
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